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Difesa

Fame, morale a terra e missione senza fine: cosa succede sulla portaerei USS Abraham Lincoln

La superpotenza Usa deve fare i conti con il malumore dei propri uomini per la dura vita di bordo

USS Abraham Lincoln

La USS Abraham Lincoln è una delle navi simbolo della potenza militare americana. Una portaerei nucleare da quasi 100 mila tonnellate, capace di imbarcare decine di velivoli e migliaia di uomini, schierata nel Medio Oriente come uno degli strumenti principali della pressione militare statunitense contro l’Iran.

Un mix tra stress e isolamento

Il problema, però, è che mentre sul ponte di volo continuano a decollare i caccia, sotto coperta la guerra raccontata dalle famiglie dei militari è molto meno spettacolare: stanchezza estrema, carenze di alcuni beni essenziali, problemi ai servizi igienici, muffe, difficoltà nella gestione della posta e crescente preoccupazione per la salute psicologica dell’equipaggio.

Una portaerei è già di per sé uno dei luoghi più pericolosi in ambito militare. Si tratta di un ambiente frenetico, affollato ed estremamente rumoroso; inoltre, il lavoro sul ponte è fisicamente impegnativo e si svolge in condizioni climatiche avverse come vento, pioggia, caldo e freddo.

La Lincoln ha lasciato San Diego il 21 novembre 2025. A oggi ha raggiunto 263 giorni di dispiegamento. Prima della breve sosta in Oman del 7 luglio, la nave aveva trascorso 208 giorni consecutivi in mare. Per circa 5.000 tra marinai e Marines, dunque, la missione si è trasformata in una permanenza molto più lunga di quella che era stata inizialmente prevista. Il problema non riguarda soltanto la distanza da casa. Riguarda la combinazione fra isolamento, operazioni di combattimento, ritmi di lavoro e assenza di una data certa per il rientro.

Durante un incontro virtuale con i vertici della Marina, diversi familiari hanno raccontato la pressione psicologica accumulata dai loro congiunti. Sono emerse testimonianze di persone che non hanno visto nascere i propri figli, di famiglie che hanno perso funerali e ricorrenze e di militari che non hanno una prospettiva chiara sul ritorno.

Cibo e igiene scarsi

I familiari si sono lamentati del calo del morale dei marinai a causa della scarsità di provviste a bordo. Molti membri dell’equipaggio hanno raccontato ai propri cari di ricevere solo mezza tazza di riso e due tortilla a pasto, e che spesso nel negozio di bordo mancano sapone, deodorante e dentifricio. La Marina ha respinto le accuse di carenze alimentari, sostenendo che la Lincoln e la USS Tripoli disponevano di scorte sufficienti e che agli equipaggi venivano garantiti pasti adeguati dal punto di vista nutrizionale.

Il comandante della Marina ha riconosciuto il problema. Il viceammiraglio Joseph Cahill ha affermato che i vertici comprendono l’impatto della missione sui militari e sulle loro famiglie, mentre la Marina ha indicato la presenza a bordo di cappellani e consulenti come viatico per la gestione dello stress operativo. La soluzione, però, non è ancora una data sul calendario. “Vi abbiamo ascoltato forte e chiaro riguardo all’impatto che questo ha sulle famiglie, sui militari e sulla nostra capacità a lungo termine di resistere e di preservare la salute delle nostre forze”, ha detto Cahill.

Il gruppo da combattimento della USS Theodore Roosevelt, intanto, si starebbe preparando per sostituire quello della Lincoln, sebbene i vertici della Marina non hanno comunicato quando avverrà effettivamente il cambio, citando ragioni di sicurezza operativa.

Morale a terra e tentativi di gettarsi in mare

Il vero neo, tuttavia, sono i tentavi di disertare con relativa intenzione di gettarsi fuoribordo.

Navy times ha raccolto la testimonianza di una donna, Annabelle Loma, che ha parlato con suo marito solo poche volte da quando ha tentato di gettarsi in mare dalla portaerei. “È spaventato”, ha detto Loma. “Pensa che verrà congedato con disonore e che, solo perché era esausto, la sua carriera di 13 anni sia rovinata, così, di punto in bianco. Non è giusto, non è corretto. Non è di questo che dovrebbe preoccuparsi ora.” Loma ha dichiarato di aver inizialmente ricevuto una chiamata dal difensore civico della nave dopo l’incidente, ma di non aver avuto più notizie da nessuno della Marina nelle ultime settimane.

In un altro episodio avvenuto a bordo, un marinaio di guardia ha visto un commilitone che si preparava a gettarsi in mare ed è intervenuto, secondo quanto riferito dalla moglie Maria Rodriguez. La donna ha raccontato che suo marito ha chiamato il marinaio prima di raggiungerlo, afferrarlo per le braccia e tirarlo sul ponte. Suo marito le ha detto che il marinaio non era ancora caduto in mare quando lui è arrivato. Altri tre marinai hanno sentito il trambusto e sono accorsi in aiuto.

Episodi che oltre a far emergere lo spettro dell’ammutinamento, fanno ricamare la stampa iraniana che, in diversi siti legati alle agenzia di stampa ufficiali, annunciano perfino la morte di alcuni marinai americani in una rissa di bordo.

La Lincoln è diventata così una specie di termometro della guerra americana contro l’Iran. Sul ponte, la logica è quella della proiezione di potenza: sotto, invece, c’è la logica molto più prosaica della resistenza umana: dormire, lavarsi, mangiare, comunicare con i propri familiari e sapere quando si tornerà.

Il paradosso è quasi perfetto: Washington ha costruito una macchina militare capace di combattere dall’altra parte del mondo, ma la parte più difficile della missione potrebbe essere diventata convincere 5.000 persone che la fine del viaggio esiste davvero.

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