Il discorso di Gubbio, salto in alto di Claudio Scajola

Il discorso di Gubbio, salto in alto di Claudio Scajola

(...) per farlo diventare definitivamente uno dei leader nazionali del Pdl.
Non che non lo fosse già prima. Anzi, sia da coordinatore nazionale azzurro, che da compilatore delle liste, Scajola ha dimostrato di avere ottimo fiuto: penso, ad esempio, all’aver affidato ruoli di responsabilità a giovani come Gregorio Fontana - bravissimo deputato lombardo, ma ligure d’adozione visto che spesso è di stanza a Monterosso, che ebbe come primo talent scout Alfredo Biondi(un altro che non ha mai avuto paura di mandarle a dire) - che ha dimostrato tutte le sue capacità in vari ruoli.
Ma, a volte, il ruolo politico di Scajola è stato in qualche modo coperto dal suo ruolo di governo: fosse presidente del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi Segreti o ministro dello Sviluppo Economico.
Invece, Gubbio. Nel seminario annuale dedicato a don Gianni, mentre molti ex azzurri ed ex di An facevano a gara solo a magnificare l’operato del governo e del presidente del Consiglio - opera certo molto apprezzabile per molti versi, ma che, come dire?, non pare aggiungere moltissimo al futuro del Pdl - e mentre Gianfranco Fini firmava un intervento in cui la pars destruens era largamente maggioritaria, Scajola ha pronunciato a mio parere l’intervento più interessante del mazzo.
Da un lato, ovviamente e giustamente, stigmatizzando la stagione «di veleni sparsi ovunque che sconcerta i cittadini», ma anche spiegando che «la politica non può arrendersi a questa logica». Denunciando le «aggressioni, risposta disperata nell’illusione di sovvertire il risultato elettorale», ma anche appellandosi al Pdl affinchè non dedichi tutta l’attenzione «a una campagna mediatica basata su spazzatura».
Il ministro dello Sviluppo Economico, poi, ha usato anche lui il concetto migliore di Fini - quello della necessità di dialogo e di confronto nel Pdl - mettendolo in bella copia e in spirito assolutamente costruttivo: «Senza un’efficace organizzazione, la politica rimane silenziosa, lontana dai cittadini, non aiuta il premier, non aiuta il governo e non aiuta l’Italia». L’affondo nei confronti di chi lavora solo per se stesso è durissimo: «Coloro che non vogliono il confronto e la selezione, che non sono sul territorio e che troppo spesso sono autoreferenziali, sono gli stessi che traggono vantaggio dalla mancanza di organizzazione. Ci sarà pure, amici, un luogo dove poter parlare di queste cose. Sarebbe un grave errore non farlo... e questo oggi è il luogo dove parlare chiaro, con serenità e amicizia, ma anche con grande franchezza. Lo spirito è, come sempre, costruttivo e di unità». E la prima conseguenza dovrebbe essere il superamento dello spirito del bilancino nel Pdl con le quote riservate del 70 per cento agli ex azzurri e del 30 agli ex di An.
Posso dirlo? Senza esagerare, questo è parlare da statista. Soprattutto, in mezzo a tanti signorsì e «plauditori che dicono che va tutto bene e poi, quando Berlusconi non sente, dicono qualcos’altro», secondo la definizione finiana (ogni tanto ne dice una giusta pure lui), la posizione di Scajola è stata una boccata d’aria pura.
E anche il resto del discorso, quello in cui è stato un po’ meno Claudio Scajola, leader ligure e nazionale del Pdl, e un po’ più Claudio Scajola ministro dello Sviluppo Economico, ha volato davvero alto. Soprattutto, lontano da un certo conformismo in cui nessuno o quasi nel Pdl prova a fare il passo (dialettico) un po’ più lungo della sua gamba.
Ad esempio, quando il ministro ha detto una verità scomoda sulla crisi: «Dobbiamo dirci le cose con franchezza, forse abbiamo perso un po’ tutti il senso della misura. Tre-quattro telefonini a testa sono troppi. Un’Italia dove in pochi vanno a fare benzina al self-service è un’Italia troppo comoda. E chi comprava titoli che promettevano guadagni miracolosi aveva una visione del profitto troppo accanita».
Signori, questo si chiama guardarci allo specchio e raccontarci anche quello che non ci piace. Questo si chiama non voler sentirsi automaticamente dire che, dall’altra parte dello specchio c’è la più bella del reame. Questo si chiama non perdere il contatto con la realtà. Anche quando è meno comoda di quanto sembri.
Anche sull’immigrazione. Chiaramente, Scajola non si riferisce agli extracomunitari stravaccati tutto il giorno a Caricamento o nelle nostre periferie genovesi, ma - ad esempio - a quelli che sono uno degli assi portanti del miracolo economico italiano delle piccole e medie imprese del Nord Est e dice: «Gli immigrati sono sì un problema, ma senza di loro saremmo nei guai perchè non troveremmo nessuno disposto a fare certi lavori. E non solo colf e badanti». Anche in questo caso, non si tratta delle parole più comode a disposizione.
Ecco, io credo che - proprio in questo suo essere scomodo - Claudio Scajola abbia firmato il discorso della vita. Quello che lo eleva da (pur ottimo) ministro dello Sviluppo Economico a politico a tutto tondo. Di quelli capaci di dire molte verità. Anche se quelle verità non sono scontate.
Ed è in questa capacità, in questo coraggio, in questo volare alto, che non possiamo non dirci scajoliani.
Persino se non sappiamo come erano seduti i suoi commensali a cena.