Don Verzè sul San Raffaele:"Ora capisco Cristo in croceLa responsabilità è solo mia"

Il fondatore del San Raffaele, dopo un lungo silenzio, si assume le responsabilità di quanto accaduto in una lettera, ma rivendica la bontà di quanto fatto dall'ospedale

Don Luigi Verzè, dopo mesi in cui si era trincerato dietro il silenzio stampa, torna a parlare, e lo fa con una lettera in cui parla della fondazione del suo San Raffaele e della missione connessa all'edificazione dell'ospedale. Ammette le sue colpe, ma chiede di non dimenticare i meriti, il bene fatto dall'ospedale e l'eccellenza raggiunta.

"Ora so cosa significa essere Cristo in croce", dice il fondatore dell'ospedale milanese. Da mesi non legge la stampa, perché per fare come il Cristo, dice lui, ha scelto "dopo aver guarito tanti ammalati" di non rispondere alle accuse. Cristo "fu arrestato, calunniato e condannato alla croce" e "non si è difeso". Solo il rischio che il suo silenzio finisca "per danneggiare molti" ha portato il sacerdote a parlare.

"Sono un sacerdote di 91 anni: ne ho viste di tutti i colori e mi sono proposto di non lasciare il mondo assistenziale come l'ho trovato". Don Verzè ricorda le condizioni pessime dei vecchi ospedali, quelli in cui nei cameroni c'erano 30 o 40 letti e nessun servizio. Quelli che erano solo per ricchi perché le persone più umile non avevano la possibilità di accedervi. E nonostante ammetta qualche colpa nello scandalo che ha travolto il San Raffaele, ricorda "la bravura dei suoi medici, infermieri, ricercatori e docenti" e la missione che gli venne affidata, quella di creare l'ospedale milanese.

"Debbo riconoscere che oggi la profezia si è avverata - dice don Verzè -. Oggi il San Raffaele non è fallito, è stato messo sotto la protezione del Vaticano e della Giustizia". E poi ammette l'acquisto dell'aereo, che gli era stato contestato per avere portato all'ospedale una spesa di circa 20 milioni di euro. "Mario Cal, mio Vice Presidente Esecutivo, mi propose di acquistarlo per risparmiare tempo e fatiche, per andare dove la dottrina del San Raffaele venisse conosciuta e realizzata".

"Con questa lettera - conclude don Luigi - mi offro al giudizio di tutti, dei Signori Pubblici Ministeri, del Consiglio di Amministrazione, dell’opinione pubblica e rivendico  l’intera responsabilità morale e giuridica di quanto avvenuto per il San Raffaele, ne rivendico peraltro, anche la fondamentale importanza del suo esistere e del suo perpetuarsi nella panoramica della cultura e della sanità. Confido di avere anche la forza (fisica) di affrontare dinanzi a tutti questo passo alquale non ho intenzione di sottrarmi. Concludo: ora so cosa significa essere con Cristo tempestato da insulti, sulla croce. Fa parte del mio programma Sacerdotale".

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