Draghi avvisa: «L’euro c’è, indietro non si torna»

Chi punta contro l’euro, ovvero sul dissolvimento dell’Unione monetaria, è destinato a perdere la scommessa. La crisi del debito sovrano europeo ha reso più vulnerabile la moneta unica, indebolita peraltro anche da ricorrenti nostalgie verso le vecchie banconote nazionali. Ma Mario Draghi non ha dubbi: l’euro è destinato a rimanere, perché con la sua adozione è stato superato il punto di non ritorno. E anche i mercati cominciano a rendersene conto. Rispolverare le valuta nazionali, ha aggiunto Lorenzo Bini Smaghi, membro del consiglio esecutivo della Bce, sarebbe tra l’altro molto più costoso di un consolidamento delle finanze pubbliche.
Dopo la secca risposta data giovedì scorso dal presidente della Bce agli speculatori («La nostra moneta è assolutamente credibile, come dimostra la sua eccezionale tenuta nel corso degli anni»), è toccato ieri al suo possibile successore alla guida dell’Eurotower ritornare sull’argomento. «La gente - ha spiegato il governatore di Bankitalia - deve capire che l’euro c’è per rimanere... Non si torna indietro». Insomma, nervi saldi. Anche se la repentina perdita di peso valutaria dell’euro nell’ultimo periodo è stata seguita con crescente apprensione, ora le tensioni sembrano essersi alleggerite. Ieri sono circolate voci secondo cui la Spagna sarebbe pronta a lanciare l’sos all’Europa in caso di peggioramento del settore bancario, ma l’euro non ha subìto scossoni restando sempre in prossimità di 1,21 dollari. È vero che l’indiscrezione è stata subito smentita da Madrid e da Bruxelles, ma in altri momenti certi rumor avrebbero avuto ben diverso impatto sui rapporti di cambio. «Negli ultimi giorni i mercati si stanno calmando», ha infatti sottolineato Draghi. Le manovre anti-deficit stanno funzionando come argine contro la speculazione. «Sui conti stiamo facendo sul serio», è il messaggio dei governi. Le Borse sembrano crederci, come dimostra il nuovo rialzo di ieri (+1,33% Milano) anche per effetto dell’aumento della fiducia dei consumatori Usa, ai massimi da due anni.
Resta da vedere fino a che punto gli investitori hanno capito cosa significherebbe un addio all’euro. Lo spiega bene Bini Smaghi: «Comporterebbe la rinegoziazione di tutti i contratti, specialmente di quelli finanziari, all’interno dei singoli Paesi e tra residenti di diversi Paesi, con interessi in conflitto tra debitori e creditori». Meno oneroso, quindi, attuare «un severo piano di consolidamento fiscale accompagnato da riforme strutturali».
Anche le banche europee hanno bisogno di spalle più robuste per non farsi trovare impreparate in caso di crisi finanziaria. Per Nout Wellink, presidente del Comitato di Basilea sulla supervisione del settore, la strada da fare è ancora lunga. I nuovi standard di capitale e liquidità dovranno essere rispettati usando utili non distribuiti e aumenti di capitale «ragionevoli». Sullo stato di salute patrimoniale delle banche, è comunque rassicurante l’esito di uno stress test condotto da Moody’s su oltre 30 dei maggiori istituti europei. L’agenzia di rating ritiene infatti che queste banche abbiano un livello di fondi propri sufficienti per assorbire eventuali perdite su crediti ai settori pubblico e privato in Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda.

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