Duemila aspiranti calciatori bussano alla porta di Italia 1

A Cava dei Tirreni maxi-provino per futuri divi, ancora incerti tra il pallone e la televisione

Paolo Scotti

da Cava dei Tirreni (Salerno)

«Ma che fanno? Cercano lavoro?». La sprovveduta vecchina, trasecolata per i quattrocento giovanottoni in fila davanti ai cancelli dello stadio, è l’unica che a Cava dei Tirreni ignori la grande notizia. La tv è sbarcata in città. E dunque non di lavoro si tratta, ma di gloria: quella mediatica che Campioni «reality-docu-soap» di Italia 1, dal 4 settembre di nuovo al fischio d’inizio (condotta stavolta da Daniele Bossari anziché da Ilaria D’Amico), mette a portata di piede di qualsiasi italico pallonaro. Dopo i 1.600 di Milano, dopo i 1.800 di Roma, tocca oggi ai (previsti) duemila di Salerno: tutti sgambettanti, tra sudaticci pigia pigia e goleade da periferia; tutti supportati da speranzosi padri e improvvisati procuratori; tutti fiduciosi di indossare le finali, trenta maglie del Vodafone Cervia (ora assurto dall’onorevole anonimato dell’Eccellenza, al quasi protagonismo della serie D); tutti pronti - insomma - a fare gol col più classico dei sogni tricolore. Diventare una stella del pallone. E magari anche dei palinsesti.
«Non c’è dubbio: se tanti ragazzi accorrono ai nostri provini è per il calcio, ma anche per la tv - sospira il canuto mister, Ciccio Graziani -. Io di capelli ne ho pochi, e quei pochi tutti bianchi: certe cose le capisco. Le telecamere fanno partire di testa i professionisti; figuriamoci i dilettanti». Soprattutto per questo è più sul contenuto sportivo che su quello privato dei futuri gladiatori, che il programma punterà. «Il trash da spogliatoio, il gossip da panchina non rende un granché - osserva Roberto Cenci, regista -. E anche la simpatia del personaggio (ricordate il fenomeno Gullo della scorsa stagione?) alla fine cede davanti al talento. Che per vincere è l’unica cosa che conti davvero».
Sportivamente diviso tra campo e set - dunque - il provino da stadio. A gruppi di cinquanta per volta un attento Graziani passa tutti in rassegna sul manto erboso: «Qui con me fanno tiri, parate, fraseggi corti e lanci lunghi. Guardo come guidano, calciano, stoppano la palla; come usano i piedi, ma anche la testa. Perché campioni si nasce. Ma calciatori si diventa». Fin qui la parte facile, anzi attesa: ed è uno sgambare irruento, una sudataccia generosa, fra gridolini ammirati di fidanzate a bordo campo e accenni di applausi (amichevoli) subito zittiti da guardiani-kapò. Ma poi arriva la parte tosta: uno ad uno i duemila passano davanti all’obiettivo, e qui c’è poco da bluffare, perché qui bisogna saper parlare oltre che goleare.
E allora, finché sono domande attese si replica con le risposte preparate («perché sei qui?», «per realizzare un sogno»); ma quando fioccano quesiti illogici, un povero Cristo di calciatore che può mai rispondere? «I tuoi genitori stanno ancora insieme?». «Sì, perché? - si allarma Alessandro, diciannove anni -. Veramente noi saremmo una famiglia molto unita...». «Quand’è l’ultima volta che hai pianto?». «Pianto pianto non ricordo... - annaspa Alessandro (che piangerebbe volentieri ora) -. Commosso solo va bene lo stesso?». A bocca asciutta e mani intrecciate il diciottenne Giuseppe confessa «di non sapere se troverà una brava ragazza per metter su famiglia». Cosa c’entri col calcio non si sa, però fa tenerezza: ecco uno che ritroveremo.

Mentre è deglutendo a fatica che Rosario, vent’anni e una sudorazione inarrestabile, tormenta il calzettone destro: «Quand’è l’ultima volta che ho pianto?», cerca di ricordare anche lui. Poi, con rovesciata finale: «In passato non lo so. Per il futuro piangerò di certo. Se mi prenderete».

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