E grazie a baby Vettel ha vinto anche Schumi

Alla fine è come se Schumacher avesse vinto il mondiale. Sebastian Vettel è campione del mondo. Seb tedesco come Michael, Seb nato a due passi da casa sua, ad Heppenheim, Germania di campagna e feste di piazza e ragazzone bionde che portano birra. Seb che muove i primi «passi» motoristici sulla pista di kart dove iniziò Schumi, a Kerpen. Ha otto anni, è il 1995, e incontra il monumento motoristico a cui chiede consiglio, «inizia a piovere, ce la faccio con le slick?», «sì, ma non sarà facile» risponde il monumento. Seb che quando piomba in F1, è l’estate 2006, Turchia, venerdì di libere dedicato alle giovani promesse, per la Germania uber alles è soprattutto l’erede designato del grande campione. Almeno così lo presenta il giovedì sera la stampa teutonica e bastano poche ore per darle ragione. Molte ragioni. Succede che Seb monta in auto, una Williams-Bmw, succede che stacca il miglior tempo della giornata mettendosi dietro lo stracampione e tutti gli altri. Più giovane a calpestare un circuito di F1, più giovane persino a prendersi una multa per eccesso di velocità nella corsia dei box di Istanbul. Sarà un caso, ma da quel giorno non sarà solo la stampa tedesca a spingere il ragazzino. Neanche un anno dopo, a metà 2007, sarà lo stesso kaiser Schumi, ormai ritirato, ad alzare il telefono e chiamare Gerhard Berger, all’epoca comproprietario con mister Red Bull, Dieter Mateschitz, della Toro Rosso. Gli parlerà delle doti del ragazzo. Suggerito, detto e fatto.
Quel che era successo prima e quel che succederà poi fanno ormai parte della storia dei motori, là dove la storia va a braccetto con i grandi talenti che solo di tanto in tanto arrivano in F1. Come ama dire Sir Frank Williams, «all’improvviso, nel Circus, dal cielo, piove un fuoriclasse assoluto...». Sir Frank, all’epoca, non sapeva ancora di Sebastian, ma ora sottoscriverebbe sereno.
Ma si diceva. Prima succede che, il 16 giugno del 2007, la Bmw, dopo il terribile incidente occorso in Canada a Kubica, decide di mandare in pista, a Indianapolis, il piccolo Schumi e lui non delude. Alla fine sarà ottavo, come a dire e a sottolineare che forse non è il più giovane pilota a debuttare, ma che ai primati ci tiene parecchio: più giovane ad andare a punti: 19 anni, 11 mesi e 14 giorni.
Quanto a ciò che succede poi, diciamo che la bella gara a Indy e la telefonata di Schumi sparano il ragazzino in orbita: la Red Bull lo piazza stabilmente alla Toro Rosso e lui, giusto il tempo di prendere le misure, ricambia altrettanto stabilmente. A riprova delle parole di Sir Frank, il piccolo Schumi non sceglie una gara qualsiasi per dimostrare la propria gratitudine alla Red Bull e soprattutto alla Toro Rosso che poi, quanto ad anima e uomini che ci lavorano altro non è che la cara, vecchia Minardi. Seb sceglie Monza, Gran premio d’Italia, la corsa di casa della Ferrari. Seb centra la pole di sabato e il trionfo di domenica, domando la pioggia, l’asfalto bagnato e ben altre corazzate motoristiche alle spalle.
Il resto è il passaggio alla Red Bull, il resto sono vittorie, errori e quel fuoco dentro che ogni tanto lo trasforma in un cavallo imbizzarrito. Forse sono solo i suoi 23 anni e 133 giorni, il più giovane campione del mondo, viso d’angelo che con lacrime sincere sul podio, con l’anima in mano nonostante sponsor e miliardi e interessi colossali, dice «non sono mai stato in testa alla classifica, ma lo sono adesso che conta... Negli ultimi dieci giri non capivo dove fosse Alonso, il team mi spingeva, ho pensato “si vede che sono messo in una buona posizione...”, poi alla radio mi hanno urlato “sei campione del mondo”».
Alla fine è come se Schumi avesse vinto il mondiale perché è la safety car entrata per il suo botto al giro uno che scombinerà i piani Ferrari. E poi, ammettiamolo: perché Michael è tornato in F1? Ma per non far vincere il titolo ad Alonso sulla sua ex Rossa.

Non essendoci riuscito per manifesta inferiorità, ben venga quel ragazzino che un giorno, a otto anni, sulla pista bagnata di Kerpen, gli chiese «che dice, signor Schumacher, ce la faccio?». «Ce l’hai fatta Seb» gli ha risposto ieri. «E sei stato grandioso».

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