Ecco Hackett e Moore, i duellanti delle sei corde

Sei corde contro sei corde. Stasera sarà arduo decidere quale concerto vedere. Ai capi opposti della città, arrivano due leggende. «Roma incontra il Mondo» (Villa Ada) ospita Steve Hackett, chitarrista della leggendaria formazione a cinque dei Genesis. «Rock in Roma» (Capannelle) risponde con Gary Moore, virtuoso del rock-blues. Due musicisti che sono vere e proprie pietre miliari della storia del rock. Hackett ha fatto parte dei Genesis nel periodo progressive, quello più amato dagli appassionati, quando alla voce c’era Peter Gabriel. Dischi straordinari (Foxtrot, Selling England by the pound, The lamb lies down on Broadway), intarsiati dal suono della sua chitarra. Poi, alla fine degli anni ’70, ha lasciato la band per dedicarsi a una carriera solista di grande interesse: ha dato alla luce dischi molto diversi tra loro, partendo dal progressive e arrivando a un rock più classico, senza disdegnare escursioni nel mondo della chitarra classica ed esperienze legate alla musica brasiliana. Il progetto più recente, quello che presenterà a Villa Ada, si chiama «Out of the tunnel’s mouth» e segna un deciso ritorno al progressive. Sul disco suonano Anthony Phillips, primo chitarrista dei Genesis, e Chris Squire, bassista degli Yes. Per i fan della storica band inglese, da non perdere l’edizione limitata del disco, con un bonus cd (registrato dal vivo in Italia) che include versioni inedite di Firth of fifth e Fly on a windshield, tra le altre.
Chi sceglierà l’ippodromo delle Capannelle si troverà al cospetto di un maestro del rock-blues. Irlandese di Belfast, Gary Moore è attivo dalla fine degli anni ’60. La prima band, formata insieme al cantante Phil Lynott, è quella degli Skid Row. Oltre a vari dischi con quella formazione e a collaborazioni con i Thin Lizzy, con Greg Lake e con i Colosseum II, Moore ha registrato vari album da solista, ottenendo grande successo con il singolo Parisienne walkways (1979) e con il disco Still got the blues, che nel ’90 segnò un deciso ritorno allo stile musicale da cui era partito, dopo una lunga escursione nel rock e nell’hard-rock. Nel ’94 ha formato un trio con Jack Bruce e Ginger Baker (già nei Cream) pubblicando un unico album, Around the next dream. Fondamentale, nella sua formazione artistica, il legame con Peter Green, leggenda del blues inglese e leader dei Fleetwood Mac. Fu Green a vendere per poche sterline a un giovane Moore la preziosa Gibson Les Paul del ’59, poi custodita gelosamente e utilizzata solo per il lavoro in studio. Una chitarra diventata leggendaria e ribattezzata «the Holy Grail», per il suo suono unico (dovuto, pare, a un magnete montato al contrario). Nel 2006 Moore, in accordo con Green, ha deciso di metterla all’asta, vendendola per due milioni di dollari.