Ecco perché la Banca d’Italia può sforare il tetto dei salari

Roma. La legge è la legge. E per cambiarla non basta un regolamento che è una fonte di diritto secondaria e dunque meno forte rispetto ai provvedimenti approvati dal Parlamento o emanati d’urgenza dal Consiglio dei ministri. Per questo motivo la Banca d’Italia è stata esonerata dal tetto agli stipendi da 311mila euro, equivalente al compenso spettante al primo presidente della Corte di cassazione, fissato dal ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta.
È stata infatti la seconda e ultima Finanziaria del governo Prodi, quella per il 2008, a prevedere che i dirigenti di Via Nazionale così come quelli delle autorità indipendenti fossero risparmiati dalla «stretta» predisposta da Tommaso Padoa-Schioppa e Vincenzo Visco. Il decreto attuativo di quelle previsioni era rimasto lettera morta ed è stato proprio Brunetta a tradurlo in una misura concreta.
Va sottolineato, tuttavia, che il governatore di Bankitalia Mario Draghi è stato sempre attento alle richieste di contenimento dei compensi provenienti tanto da Palazzo Chigi e dai suoi dipartimenti quanto da Via XX Settembre. Anzi il direttorio dell’istituto centrale italiano si sta predisponendo per adottare autonomamente quella riduzione dei compensi prevista dal decreto manovra. Autonomamente perché in base ai trattati europei tagli di stipendi così come il loro congelamento non possono essere disposti automaticamente per legge in quanto limiterebbero l’indipendenza dell’autorità che ha il compito di vigilare sulle banche italiane. Né si può trascurare come il governatore abbia richiamato il settore bancario a un’autolimitazione delle retribuzioni dei manager contestualmente alla crisi.
Dunque ai cittadini contribuenti che attendono un adeguamento della dirigenza pubblica all’austerity imperante non resta che confidare nel taglio lineare del 10% già previsto dalla manovra, al limite fissato dal regolamento di Brunetta e alla buona volontà dei singoli.

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