Ecco gli uomini d’oro con il compenso salvato dalle forbici

RomaPer molti ma non per tutti. Non è il noto slogan di uno chardonnay, ma è la futura applicazione del tetto agli stipendi dei manager pubblici fissato ieri dal Consiglio dei ministri.
L’esecutivo ha infatti approvato il regolamento preparato dal ministro della Pubblica amministrazione Brunetta in attuazione della Finanziaria 2008, la seconda e ultima del governo Prodi. Non si potranno superare i 311mila euro «che corrispondono allo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione», ha dichiarato il titolare della Funzione pubblica. Non nascondendo la propria soddisfazione perché ora i cittadini conoscono finalmente quanto guadagnano i magistrati di punta della suprema Corte. «Sono 261mila euro di base cui si aggiungono 50mila euro per il Csm», ha detto.
La notizia è buona perché, al di là di facili demagogie, racchiude in sé il proposito di gestire bene la cosa pubblica. E così sarebbe se il regolamento non prevedesse eccezioni: il limite massimo non si applica agli amministratori delle società non quotate a partecipazione pubblica (totale o prevalente) E nemmeno alla Banca d’Italia e alle autorità indipendenti. A questi si aggiungono «un numero massimo di 25 unità da destinare alle posizioni di più elevato livello di responsabilità» delle amministrazioni pubbliche. Insomma, nell’ambito del pubblico non tutti dovranno tirare la cinghia.
Passi per il governatore di Bankitalia Mario Draghi e per il suo direttorio. Ma alle autorità indipendenti, le ormai famose «authority», un sacrificio si poteva forse chiedere. Al presidente dell’Antitrust Catricalà e ai suoi commissari che si percepiscono emolumenti superiori alla soglia dei 311mila euro. In fondo, sono civil servant anche loro e probabilmente capirebbero. Analogamente comprensivi sarebbero il presidente in scadenza della Consob, Lamberto Cardia, e i suoi 4 commissari. Anche per l’Authority delle Comunicazioni guidata da Corrado Calabrò e per quella dell’Energia un piccolo taglio dei compensi non sarebbe drammatico. Il legislatore ha deciso diversamente.
Il discorso cambia e diventa più delicato quando si parla dei manager pubblici. L’amministratore delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti, è inserito in un cda che nel 2008 ha ottenuto compensi per 1,7 milioni di euro (Moretti guadagna circa 850mila euro secondo quanto ha riferito la Corte dei Conti). Il presidente dell’Anas, Pietro Ciucci, riceve 750mila euro, il direttore generale della Rai Masi 715mila, mentre l’ex ad di Cdp Varazzani, il presidente di Fintecna Prato e l’ad del Poligrafico Ferranti si sono meritati poco più di mezzo milione. L’ad di Consap Ferrara, secondo l’ultima relazione dei magistrati contabili, si attesta poco sopra i 300mila.
Si tratta di manager che conoscono bene la realtà delle aziende a partecipazione statale. Lo Stato sta chiedendo a cittadini e contribuenti rinunce più o meno grandi. Quindi è lecito chiedersi se anche questi manager debbano contribuire o se non sia più giusto che lo Stato rinunci a fare l’azionista di maggioranza.

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