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Economia e finanza

Il petrolio vola ancora e fa crollare i mercati. Ora è allarme energia

Mentre Eni abbassa il price cap sul gasolio a 2,21 euro a spingere i prezzi sono le pompe bianche. Al rialzo anche lo spread

Eni Station con i prezzi del carburante abbassati— Lunedì 28 Settembre 2026 — Roma—Italia —(foto di Cecilia Fabiano/ LaPresse) Eni Station with lowered fuel prices.—Rome — Italy — September 28 , Monday 2026 - News - (photo by Cecilia Fabiano/LaPresse

Dallo Stretto di Hormuz fino alle stazioni di servizio di tutta Italia, la febbre del petrolio torna a far tremare l’economia mondiale. È un filo rosso - o meglio, nero come il greggio - quello che unisce i raid contro le petroliere nel Golfo Persico ai tabelloni luminosi dei distributori e alle sale operative di Piazza Affari. Una morsa perfetta fatta di caro energia, inflazione e lo spettro dei tassi d’interesse destinati a rimanere alti più a lungo.

Il primo tassello che ieri ha portato nuove preoccupazioni sul mercato è stato il petrolio. L’ottovolante delle quotazioni del Brent - spintosi fino a 102,5 dollari al barile per poi ripiegare sopra quota 100, dopo i picchi toccati a settembre - ha spinto l’Eia ad alzare a 105 dollari la stima media del quarto trimestre. E, a pagarne il conto più salato, in una giornata nera per tutti i mercati europei, è stata Milano. Il Ftse Mib ha ceduto il 2,52%, scivolando rovinosamente sotto la quota psicologica dei 50mila punti, trascinato a picco da un’ondata di vendite sul comparto bancario e sui titoli industriali. Non va meglio sul fronte dei titoli di Stato: i rendimenti del Btp decennale sono schizzati al 4,64%, sulla scia dei Treasuries americani, con i titoli trentennali che sono tornati ai rendimenti del 2002, e degli Oat francesi, spingendo lo spread con il Bund tedesco oltre i 115 punti base. Un problema che però non riguarda solo l’Italia. Dalla sede del Fondo monetario internazionale è infatti arrivato l’allarme della direttrice generale Kristalina Georgieva: «con un debito globale destinato a superare presto il 100% del Pil, i governi si trovano di fronte a scelte politiche durissime». La capacità dei governi di contenere la spesa e reggere l’urto dei rendimenti sarà dunque decisiva per la tenuta dell’economia globale.

Eppure, proprio mentre il greggio globale torna a far paura, lungo le strade italiane la giornata regala un’inedita e apparente anomalia. Terminata la riduzione fiscale di 6,1 centesimi, il gasolio è salito a una media di 2,261 euro al litro, mentre la benzina in modalità self-service ripiega a 2,040 euro. A frenare almeno in parte la corsa dei carburanti, con una mossa in controtendenza rispetto al mercato, è Eni. Il cane a sei zampe ha infatti decurtato di 4 centesimi il suo price cap per il diesel (alzato martedì a 2,25 euro al litro), portandolo a 2,21 euro, tenendo invece la benzina stabile sotto i 2 euro (a 1,99).

Se il prezzo del gasolio resta complessivamente alto, però, la colpa non è da ricercarsi nei colossi del settore, che hanno finora tenuto fermi o ridotto i loro price cap. Bensì, a spingere all’insù la media nazionale, sono soprattutto i piccoli operatori indipendenti, le cosiddette pompe bianche. I distributori da cui solitamente gli italiani si rifugiavano per prezzi più concorrenziali in questi giorni sembrano invece muoversi contromano, registrando medie di 2,28 euro al litro sul diesel e 2,08 euro sulla benzina.

Mentre il governo ragiona sul come muoversi sul tema delle accise mobili, gli sguardi della politica economica si spostano da Roma a Bruxelles. Per oggi è infatti atteso il via libera della Commissione Europea alla richiesta italiana di attivare la clausola di salvaguardia nazionale - ma solo sulla flessibilità per difesa ed energia - un passaggio chiave che potrebbe poi approdare all’esame dell’Ecofin di novembre per dare un minimo di ossigeno ai conti pubblici.