Chi controlla la costa yemenita governa una rotta da cui passa il 10% del commercio globale - inclusi i container asiatici diretti in Europa - e che, sommata a Hormuz, coordina il transito del 30% del petrolio trasportato via mare. E così, mentre l’attenzione globale rimane ipnotizzata sul conflitto tra Stati Uniti e Iran nello Stretto di Hormuz, l’asse della crisi si sta spostando sul Mar Rosso. Con la conquista strategica della città portuale di Mocha e dell’isola di Zuqar, gli Houthi sostenuti da Teheran stanno portando a termine un’avanzata per il controllo di Bab el-Mandeb.
Ancora una volta, nell’occhio del ciclone finisce un collo di bottiglia del commercio globale. Bab el-Mandeb è diventato uno stretto ancora più cruciale nell’ultimo periodo per l’Arabia Saudita e per le monarchie del Golfo, costrette a deviare via mare i propri flussi di greggio per aggirare il blocco di Hormuz. La contesa tra gli Houthi e il governo yemenita rivela così la vera natura del conflitto in Medioriente: una guerra per la sopravvivenza logistica dell’Occidente.
I riflessi sui mercati delle materie prime sono stati immediati. Il Brent e il Wti - i due indici globali del petrolio - hanno registrato impennate superiori al 5,7%, spingendosi rispettivamente a 107 e oltre 101 dollari al barile, con un guadagno complessivo di oltre il 16% da inizio settembre. Ad alimentare la corsa al rialzo contribuisce il drastico calo della produzione in Arabia Saudita, scesa ad agosto ai minimi dal 1990 proprio per le pressioni sulle rotte di esportazione.
L’impatto della crisi, che ormai si tema sarà ben più di uno scossone momentaneo, sta riscrivendo le stime dei principali istituti finanziari: l’Opec ha tagliato per il quinto mese consecutivo le previsioni sulla crescita della domanda mondiale di petrolio per il 2026 a 380mila barili al giorno (dai 580mila precedenti). Un taglio enorme considerando che, dallo scoppio delle ostilità, la riduzione totale ammonta a 1 milione di barili al giorno. Nel frattempo Hsbc e Goldman Sachs hanno alzato le stime per il costo del brent. La prima, per il 2026, è passata da un prezzo medio al barile di 80 dollari a 90 dollari, prevedendo un mercato fuori equilibrio fino a metà 2027. Mentre Gsam vede il petrolio stabilmente sopra i 120 dollari al barile nel caso di un perpetuarsi di attacchi. Inoltre, anche ipotizzando un parziale ripristino dei flussi attraverso Hormuz dagli attuali 6 a 8-9,5 milioni di barili al giorno entro il prossimo anno, il traffico rimarrebbe dimezzato rispetto ai 20 milioni di barili pre-crisi.
L’Europa non è l’unica soggetta a questa nuova crisi petrolifera e, a complicare ulteriormente il quadro negli Stati Uniti ci pensa il mercato interno: le scorte di greggio sono scese meno delle attese (-0,391 milioni di barili contro gli 1,4 stimati), ma gli stock di benzina (+1,269 milioni) e distillati (+2,087 milioni) sono cresciuti a sorpresa, segnalando un raffreddamento dei consumi finali. E così la morsa degli Houthi su Bab el-Mandeb, e la produzione saudita ai minimi storici, riportano la geopolitica al centro del rischio per l’economia globale.
