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Economia e finanza

Xi prepara la Cina allo choc energetico: il piano sul petrolio che può cambiare tutto

Scorte record, fornitori diversificati e meno dipendenza dai consumi tradizionali: Pechino si è costruita un margine di sicurezza che può pesare anche nelle crisi geopolitiche

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Fino a qualche anno fa il petrolio era uno dei talloni d’Achille della Cina. Pechino dipendeva infatti dalle importazioni e gran parte del greggio arrivava via mare, attraverso strettoie facilmente esposte in caso di crisi. La guerra in Iran ha però mostrato che la nuova strategia costruita da Xi Jinping può aver trasformato una vecchia vulnerabilità in risorsa. Riserve gigantesche, acquisti diversificati, elettrificazione dei trasporti e capacità di ridurre rapidamente la domanda consentono adesso alla Cina di assorbire uno shock energetico meglio di quanto molti avrebbero previsto.

Le scorte della Cina

La richiamata strategia di Xi è stata spiegata nel dettaglio all Wall Street Journal. Pechino ha accumulato negli ultimi anni una quantità di greggio senza precedenti, arrivando secondo alcune stime a possedere quasi 600 milioni di barili in più rispetto alle riserve statunitensi. La conseguenza si è vista durante la crisi iraniana: tra marzo e luglio 2026 le importazioni cinesi di greggio sono diminuite del 23% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

C’è un altro aspetto da considerare. In un contesto del genere PetroChina, il colosso petrolifero del Dragone, ha chiuso il primo semestre con un utile netto di 103,9 miliardi di yuan, pari a circa 15,5 miliardi di dollari, in crescita del 22% su base annua. Nonostante il calo dei consumi di carburanti, PetroChina sta spostando il proprio baricentro verso trading, petrolchimica e stoccaggio.

La strategia petrolifera di Xi

Il punto centrale è proprio la capacità di Pechino di usare le scorte come una sorta di assicurazione geopolitica. Le stime degli analisti collocano le riserve complessive cinesi tra 1 e 1,4 miliardi di barili, equivalenti a circa 120 giorni di importazioni. Dal 2024 la Cina avrebbe inoltre accelerato il riempimento degli stock, acquistando tra 1 e 1,2 milioni di barili al giorno.

Una parte significativa del greggio è arrivata da Russia e Iran, due fornitori diventati ancora più importanti dopo l’introduzione delle sanzioni occidentali. Tra il 2022 e il 2025 gli acquisti cinesi di petrolio russo sono aumentati del 26%, mentre quelli iraniani sono più che raddoppiati. Quando è esplosa la crisi, Pechino ha potuto quindi rallentare gli acquisti senza lasciare le proprie raffinerie immediatamente a corto di materia prima.

Meno dipendenza dal petrolio

Attenzione però, perché nel corso degli ultimi anni la Cina ha allentato la propria esposizione strutturale al petrolio. Circa due quinti dell’elettricità prodotta nel primo semestre del 2026 proveniva da fonti rinnovabili e circa metà delle nuove auto vendute nel Paese era costituita da veicoli a nuova energia.

Il risultato è una domanda di petrolio più elastica: tra gennaio e luglio il traffico stradale è diminuito di circa il 2%, mentre i passeggeri ferroviari sono aumentati del 4%. Anche il carbone gioca un ruolo nella strategia, grazie alla capacità cinese di trasformarlo in prodotti chimici. In questo modo Pechino non deve necessariamente sostituire ogni barile di petrolio mancante con un altro barile importato.

Così Pechino può “attivare” la leva petrolifera

In un fantomatico confronto con gli Stati Uniti, per esempio su Taiwan, la Cina sarebbe in grado di ridurre per mesi le importazioni e resistere più a lungo a eventuali tentativi di interrompere i flussi energetici attraverso lo Stretto di Malacca.

Non significa che Pechino sia diventata indipendente dal greggio straniero: prima della guerra dipendeva dall’estero per circa il 70% del proprio fabbisogno e non può mantenere indefinitamente importazioni così basse senza pagare un prezzo economico. Questa dipendenza si è tuttavia allentata.

Le raffinerie cinesi in ogni caso sono in sofferenza: le esportazioni di benzina sono crollate del 93% nel secondo trimestre, quelle di diesel di circa un quarto e quelle di carburante per aerei della metà. Ma è proprio questa capacità di scegliere quando comprare, quanto consumare e dove indirizzare il petrolio a cambiare i rapporti di forza tra la Cina e il resto del mondo.

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