Ecco come sarà la nuova Confindustria

Mattioli, Bonomi e Pasini: dal confronto dei tre programmi poche differenze sostanziali

A Giuseppe Pasini sono bastate 9 pagine. Licia Mattioli ne ha scritte 18. Mentre Carlo Bonomi ne ha usate addirittura 51. Sono le «linee programmatiche» dei tre candidati alla presidenza di Confindustria, che il Giornale si è procurato per cercare di capire che differenza c'è tra l'uno, l'altra e l'altro.

L'esito del confronto è duplice: nella sostanza, obiettivi industriali e proposte organizzative sono in gran parte gli stessi. Quello che cambia è la forma, lo stile: avvolgente, oratorio e «macro» quello di Bonomi, il presidente della più grande associazione territoriale italiana (Assolombarda) che è anche il favorito alla corsa finale. Nonché l'unico dei tre per il quale la commissione di designazione - con una lettera inviata a tutti i presidenti del sistema - ha certificato un consenso di voti assembleari superiore al 20%. E quindi l'unico già ammesso alla votazione del consiglio generale del 26 marzo. Bonomi elenca una serie di temi assai ampia su cui Confindustria dovrà farsi sentire: non un programma, ma semplici «considerazioni prospettiche offerte alla riflessione di tutti». E non solo su grandi problemi di sistema quali le relazioni industriali o la 4.0; ma anche per questioni più circoscritte come l'economia del mare, l'alimentare o il Fintech.

Più asciutto e diretto il programma di Pasini, presidente degli industriali bresciani: la sua proposta, avanzata in aperta sfida a Bonomi nella sua stessa regione (Assolombarda è la territoriale di Milano), ne fa il candidato più di rottura. Il documento parte con un forte e realistico riferimento al Green New Deal che aspetta il Paese nei prossimi 30 anni e finisce con un cenno preciso all'esigenza di eleggere al vertice di Confindustria un imprenditore «che conosca la fabbrica e il mondo», ricordando la propria matrice di importante industriale manifatturiero (nella siderurgia) del Nord. Nel mezzo un programma in otto punti dove regna la sintesi ed è bandita la retorica.

Tra i due uomini si colloca lo stile di Mattioli, già al vertice degli industriali di Torino e unica che già oggi siede in viale dell'Astronomia, tra i vice del presidente uscente Vincenzo Boccia. Nella parte macro delle sue linee programmatiche, Mattioli procede come Bonomi toccando ogni tema possibile, ma più schematica, con 17 capitoletti riassunti dallo slogan dell'«impresa che cambia l'Italia». Operazione da affrontare grazie all'esperienza di chi conosce bene la macchina associativa. Ma anche attraverso una «discontinuità» che Mattioli, essendo parte dell'attuale squadra di vertice, spiega come una «progettualità differente», cambiando ciò che non ha funzionato e salvando quello che c'è di buono.

Nella sostanza dei programmi organizzativi, invece, non ci sono grandi differenze tra i tre programmi. A iniziare dalla governance di Confindustria, frutto della recente riforma Pesenti, che tutti vorrebbero controriformare. Mattioli poi, in particolare, propone di abbassare le quote contributive. Tutti chiedono più presenza a Bruxelles. E tutti concordano nella necessità di rinforzare, i pezzi forti della diffusione dell'opinione confindustriale: il gruppo Sole 24 Ore, la Luiss e il Centro Studi. Chi più, chi meno, tutti e tre puntano su un gruppo editoriale più vicino alle imprese e su un'Università più connessa con le future classi dirigenti. Bonomi scrive di progetto per «una vera e propria Ena italiana». Mentre il più severo, Pasini, parlando del Centro Studi ricorda «alcune azzardate previsioni politiche».

Il gradimento dei programmi si misurerà nelle prossime audizioni di sistema. Mentre il 12 marzo i tre candidati sono attesi in audizione al consiglio generale.