Fca, il prestito garantito opzione irrinunciabile. Ossigeno per la filiera

Politica divisa sul maxi finanziamento Sace. Il nodo delle sedi all'estero. In Borsa +8,2%

Per la filiera italiana automotive ben venga la richiesta di finanziamento con garanzia pubblica avanzata da Fca in base al Decreto Liquidità: 6,3 miliardi destinati a sostenere i livelli di liquidità delle piccole e medie imprese, nonché a garantire la ripartenza e le produzioni negli impianti italiani. «Questo prestito e gli impegni presi da Fca - commenta Paolo Scudieri, presidente di Anfia, l'associazione della filiera italiana automotive - rappresentano un motivo in più di fidelizzazione del gruppo verso questo Paese. La possibilità di finanziare i fornitori, grazie a questo strumento, dà sollievo a una situazione molto complessa dove, per la prima volta, la crisi riguarda sia la domanda sia l'offerta».

Da parte sua, Fca non ha perso tempo a rispondere alla possibilità di accedere al Decreto Liquidità che ha come scopo quello di favorire l'erogazione di credito al sistema industriale italiano a tassi molto bassi. Se non ci fosse stata questa opportunità, Fca avrebbe dovuto affrontare le normali procedure di reperimento di cash sul mercato, quindi suddividendo la quota necessaria in più istituti bancari e a tassi più alti. Non un euro di quelli erogati, dovrà comunque essere speso fuori dai confini nazionali.

«Aderire al Decreto Liquidità - osserva un analista - è sicuramente la mossa più razionale che Fca poteva fare. La rinuncia alla cedola ordinaria, a questo punto, era un passo obbligato. È importante ricordare che quelli chiesti da Fca non sono soldi a fondo perduto, bensì un prestito garantito dallo Stato, seppur con tutti i suoi vantaggi. Resta da vedere cosa accadrà a proposito dell'extra dividendo da 5,5 miliardi contemplato negli accordi di fusione con Groupe Psa. Su qusto tema c'è un silenzio assordante».

Intanto, dopo che sabato sera è arrivata la conferma della richiesta per l'ottenimento di una garanzia da Sace, ieri le azioni Fca hanno fatto un balzo dell'8,2% (7,79 euro) con l'intera galassia Elkann-Agnelli a beneficiare dell'inizio di settimana in accelerazione di Piazza Affari: Exor +1,85% (43,99 euro), Ferrari +3,62% (150,15 euro) e Cnh Industrial +6,53% (5,42 euro). Ok, a Parigi, anche i futuri partner di Groupe Psa: +6,15% (12,20 euro). Al titolo Fca ha fatto bene anche la riapertura guardale, da ieri, degli stabilimenti del settore negli Stati Uniti. Un terzo dei lavoratori di Fca, vale a dire 16mila operai, sono dunque tornati al lavoro.

Il finanziamento da 6,3 miliardi, per il quale è stato avviato un dialogo con Intesa Sanpaolo, il maggior gruppo bancario italiano, continua intanto a dividere la politica. Al centro resta sempre la decisione, presa da Fca nel 2014, di trasferire le sedi, fiscale e legale, rispettivamente nel Regno Unito e in Olanda. In Italia, comunque, Fca continua a pagare le tasse legate ai siti produttivi.

Londra, in proposito, è decisamente più vantaggiosa rispetto all'Italia in termini di tasse e, in particolare, quelle su dividendi, interessi e royalties. La piazza britannica, inoltre, è attraente per il facile accesso ai mercati finanziari e per la globalità della lingua inglese. All'epoca, l'appeal più consistente era dato dall'aliquota della corporate tax, ossia l'imposta sul reddito delle società. Da noi era al 26%, poi scesa al 24%, nel Regno Unito è dal 2015 pari al 20% degli utili, siano essi distribuiti o meno. È il livello di tassazione più basso in Europa. Senza contare il fatto che, a questo, si aggiunge la totale assenza di imposizione fiscale locale sui profitti delle imprese (l'Irap). Non solo, ma il reddito derivante da flussi finanziari per operazioni interne ai gruppi industriali viene tassati solo al 5%: è il regime fiscale per le Cfc, ossia le controllate estere. Con la Brexit, però, la situazione potrebbe cambiare.

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