Borsa e mercati

I tre cigni tutti neri che minacciano il 2023 dei mercati

La marcia indietro della Fed sui tassi, il crollo dei big tech e la picchiata del prezzo del petrolio

I tre cigni tutti neri che minacciano il 2023 dei mercati

Circa un mese fa, l'Eurostoxx600 ha superato la media mobile a 200 giorni. Per chi ama le statistiche, ciò ha un unico significato: i prezzi delle azioni stavano esprimendo un trend ascensionale. E' il movimento rialzista che, a livello europeo, ha permesso a Piazza Affari di mitigare le perdite nell'ultimo anno a circa l'8%. L'euforia per la possibilità di una Federal Reserve meno falco in occasione della riunione della prossima settimana, quando il rialzo dei tassi dovrebbe essere circoscritto a mezzo punto, ha però l'aria di essere stato l'ultimo fuoco d'artificio sui mercati.

Da qualche seduta prevale il nervosismo. I dati negativi rimbalzati dalla Cina (contrazione di import ed export), e le prossime mosse comunque restrittive delle banche centrali, stanno infatti alimentando il timore che la recessione globale sarà lo scomodo convitato di pietra del 2023. Nella lotta contro l'inflazione, sia la banca centrale Usa guidata da Jerome Powell, sia la Bce presieduta da Christine Lagarde, saranno un acceleratore del processo recessivo. Molto dipenderà da quanto calcheranno la mano nelle strette al costo del denaro. Di sicuro, l'Eurotower marcherà stretta la Fed per evitare deprezzamenti dell'euro tali da importare altre tensioni inflative.

Il punto però è un altro. I mercati sono tutti posizionati sull'ipotesi di una contrazione del ciclo economico di modesta entità e di un carovita meno aggressivo, tale da indurre gli istituti di emissione ad abbandonare la postura rigida a partire dal prossimo mese di giugno. E se, invece, gli scenari fossero altri? A questo interrogativo dà qualche risposta Standard Chartered nell'indicare le potenziali, e inattese, sorprese per il 2023. La prima riguarda proprio la Fed.

Gli analisti della banca inglese non escludono che Powell possa commettere lo stesso errore fatto con l'inflazione, giudicata a lungo transitoria. Questa sottovalutazione del fenomeno è stata la causa principale della ritardata azione di irrigidimento delle maglie monetarie. In questo caso, l'abbaglio riguarderebbe invece l'incapacità di calcolare il danno economico provocato dall'impatto dei ripetuti rialzi dei tassi, destinati a superare l'asticella del 5%. Così, in caso di hard landing dell'economia già nella prima metà del 23, Eccles Building sarebbe costretta a compiere un'inversione a U della politica monetaria con un taglio di 200 punti del costo del denaro. Ma, a quel punto, il danno sarebbe fatto. La narrazione nel 2023 - spiega Eric Robertson, capo della ricerca dell'istituto e chief strategist - cambia rapidamente man mano che le crepe nelle fondamenta si diffondono dai settori dell'economia con maggiore leva finanziaria anche a quelli più stabili.

Una recessione severa tenderebbe a terremotare ancor di più i comparti azionari che già hanno sofferto parecchio durante l'anno in corso. La sorpresa potrebbe quindi arrivare da un ulteriore crollo delle azioni tecnologiche a Wall Street. Il Nasdaq, che ha lasciato sul campo da gennaio quasi il 30%, rischia di subire l'erosione della metà del proprio valore attuale e di scendere fino a 6mila punti. Standard Chartered teme infatti il crollo della domanda di hardware, software e semiconduttori, unito a tagli delle valutazioni in tutto il settore a causa dell'aumento dei costi di finanziamento e della riduzione di liquidità.

Terzo evento inatteso, la picchiata dei prezzi del petrolio. Con un crollo del 50% entro il primo semestre del prossimo anno determinato, secondo la banca, dalla recessione globale più dura del previsto, dalla ritardata ripresa cinese per un colpo di coda del Covid e da un'eventuale pace fra Mosca e Kiev. Fra tanti cigni neri, almeno una colomba che vorremmo tanto veder volare.

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