L'aumento Mps spaventa il mercato

Poteva andare peggio. Il meno 2,82% lasciato ieri sul parterre di Piazza Affari dal Monte dei Paschi rappresenta comunque una flessione inferiore a quel -5% registrato in avvio di contrattazioni. Il diktat della Commissione Ue al Tesoro italiano e ai vertici di Rocca Salimbeni (ricapitalizzazione da 2,5 miliardi entro il 2014 o conversione in equity dei Monti-bond) ha penalizzato le quotazioni. Tant'è che a Milano il Monte vale 2,33 miliardi, meno di quanto dovrà chiedere al mercato.
Di qui a 12 mesi è in arrivo un «fiume» di carta e, quindi, gli operatori ne hanno approfittato per giocare al ribasso. Ma più del responso del mercato, sono le prossime mosse di manager e soci forti dell'istituto senese (a cominciare dalla Fondazione) a rendere più impervia la strada che il presidente Alessandro Profumo e l'ad Fabrizio Viola dovranno tracciare.
Cominciamo dal capitolo aumento. Secondo gli analisti di Mediobanca, i 2,5 miliardi «imposti» dalla Commissione Ue corrispondono grosso modo al deficit di patrimonio generato, per la maggior parte, dalle perdite in conto capitale sulla riserva di asset disponibili per la vendita, cioè il portafoglio Btp, e quantificate da Piazzetta Cuccia in 1,6 miliardi. Chiedere al mercato più risorse di quanto previsto dal piano originario (1 miliardo) dunque non è un'eresia. Ma c'è un'altra chiave di lettura, un po' più «politica» che è quella data dal Codacons: l'Europa, imponendo il maxiaumento e chiedendo il rimborso a breve della maggior parte dei 4 miliardi di Monti-bond, di fatto ha bocciato la natura stessa dell'aiuto varato dal governo dei tecnici chiedendo la restituzione de facto dei vecchi 2 miliardi di Tremonti-bond, ora incorporati nella nuova emissione. Questi dati portano a formulare un'ulteriore domanda: «A quali investitori si possono piazzare 2,5 miliardi di titoli di una banca che attraversa una difficoltosa ristrutturazione?».
Si può provare a rispondere con le parole degli analisti di Equita. «Lo scenario per l'azionista di Mps peggiora - si legge in un report - non solo per i rischi legati alla realizzazione stessa dell'aumento, ma perché la necessità di completarlo entro 12 mesi ne rende più difficile l'attuazione».
Ecco perché il cda di domani del Monte dei Paschi di Siena dovrà affrontare alcune complessità: modificare l'attuale piano industriale per renderlo compatibile alle prescrizioni della Commissione Ue e consentirne l'invio a Bruxelles entro il 24 settembre.
I punti focali, come anticipato nei giorni scorsi, sono sostanzialmente due: alleggerire il portafoglio Btp e tagliare ulteriormente i costi, affrontando un nuovo round di «scontri» con i sindacati. Fabi, Fiba e Uilca sono già sul piede di guerra e hanno anticipato che non accetteranno «altri tagli dei livelli occupazionali e retributivi». La Cgil si è smarcata preannunciando addirittura lo sciopero.
Bruno Valentini, sindaco di Siena e «socio di maggioranza» della Fondazione Mps, si è già proposto come mediatore per arrivare a una rapida soluzione dell'impasse.
Una volta effettuate le modifiche necessarie bisognerà passare alla «fase 2», cioè articolare un'operazione che interessi gli investitori. Non sarà una passeggiata visto lo spettro della nazionalizzazione che incombe sulla banca. Gli assetti di controllo del Monte dei Paschi cambieranno per sempre: il «sistema-Siena» di fatto è finito. La Fondazione, guidata da poco da Antonella Mansi, è destinata a diluirsi - a seconda delle ipotesi - attorno al 10 per cento. Il progetto di creare una sorta di «patto di sindacato» che preservasse in qualche modo gli equilibri politico-territoriali dell'istituto assomiglia sempre più a un rompicapo. Né si può pensare che una grande banca italiana - con l'attuale congiuntura e con lo spettro dell'Antitrust - possa intervenire.