Il palazzo del Corriere torna in vendita

Nella cessione del 2013 da Rcs a Blackstone "non ci fu usura". Soddisfatto il fondo Usa

Il palazzo del Corriere torna in vendita

La storica sede del Corriere della Sera di via Solferino a Milano da ieri è tornata potenzialmente sul mercato. L'attuale proprietà, che fa capo al colosso Usa Blackstone, può cercare un acquirente, come già aveva fatto nel 2018. Operazione successivamente bloccata dalla causa intentata a Blackstone da Rcs, passata nel 2016 sotto il controllo di Urbano Cairo. Ebbene, quella causa è ora definitivamente chiusa.

La Corte d'Appello di Milano, con sentenza depositata ieri, ha rigettato «integralmente» la «impugnazione proposta da Rcs» contro i «lodi arbitrali» emessi un anno fa dal Tribunale arbitrale. Questo aveva stabilito che l'acquisto da parte di Blackstone nel 2013 del palazzo di via Solferino per 120 milioni e il riaffitto a 10,4 milioni l'anno, erano regolari e che nessun risarcimento era dovuto. La Corte ha dunque confermato il lodo, rigettando anche l'impugnazione incidentale proposta dal gruppo Blackstone e la domanda per asserita lite temeraria, che dunque non è stata riconosciuta nemmeno in appello, dando su questo ragione a Cairo.

Si chiude così la vicenda milanese, ma non la partita tra Rizzoli e Blackstone: il fondo ha infatti chiesto i danni a Rcs e Cairo: 600 milioni di dollari per la mancata vendita del palazzo (che Allianz era pronta a rilevare nel 2018) e per «danni reputazionali». Sulla questione è attesa entro luglio la Corte Suprema di New York, che deve esprimersi prima di tutto sulla competenza del foro di New York, scelto da Blackstone per la controversia. Una decisione che, a questo punto, diventa il prossimo decisivo scontro: se la Corte non ritenesse NY il foro competente, la questione morirebbe lì. Viceversa inizierebbe la causa multimilionaria che minaccia l'intero gruppo Rcs, che ora, risanato in questi 6 anni di gestione Cairo, capitalizza 365 milioni, con 846 di ricavi, 144 di ebitda e 72,4 milioni di utili nel 2021.

Per la Corte d'Appello «il prezzo è stato il frutto dell'incontro della domanda e dell'offerta secondo le regole del libero mercato» e quel corrispettivo deve reputarsi per definizione «proporzionato» al valore che, appunto, «il mercato ha ritenuto di attribuire a quei beni». Rcs, «assumeva che il valore intrinseco dei beni compravenduti si attestasse intorno ai 200 milioni» e che la decisione «di vendere era stata dettata dalla cogente necessità di far fronte alle difficoltà economico finanziarie». E «che i contratti conclusi dovevano ritenersi viziati da usura in quanto fortemente sperequati». Ma l'usura, scrive la Corte, non può «rintracciarsi nella mera, oggettiva sproporzione fra il prezzo convenuto nella compravendita ed il maggiore valore attribuito ai beni» poiché la «trattativa si è svolta in modo trasparente e competitivo, e il mercato non ha fornito offerte più convenienti».

Contattato dal Giornale Cairo non ha commentato la sentenza. Mentre da fonti vicine a Blackstone filtra soddisfazione per la definitiva sparizione del sospetto di «usura».

Accusa ritenuta intollerabile e gravemente offensiva fin dal primo momento. Tanto che, a questo punto, il fondo Usa, avendo avuto soddisfazione, potrebbe anche rivedere la sua posizione nei confronti di Rcs. Ma si vedrà.

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