Spread alle stelle, boom petrolio e gas: la tempesta perfetta spaventa i mercati

Solo le voci su una possibile soluzione diplomatica evitano il tracollo delle Borse

Spread alle stelle, boom petrolio e gas: la tempesta perfetta spaventa i mercati

«Compra al suono del cannone, vendi al suono della tromba». Questa volta, il vecchio consiglio di Nathan Rothschild potrebbe non funzionare. I primi a saperlo sono i mercati, terrorizzati dall'idea di un conflitto in Ucraina dagli sviluppi imprevedibili. Più si avvicina lo scontro, più le gambe degli investitori tremano. Ieri, infatti, si è sfiorata la strage di san Valentino. Niente rose, solo spine per l'intera mattinata: indici azionari accartocciati del 4%, quotazioni del gas lievitate come palloncini, acquisti convogliati in massa sui titoli di Stato più sicuri, con lo spread Btp-Bund balzato fino a 171 punti, come a giugno 2020. Voglia di rischiare, zero. Piuttosto, il solito copione da giornata nera, una di quelle che per anni restano appiccicate alle Borse come uno scomodo post-it. Poi, a metà pomeriggio, il ministro russo degli Esteri, Sergei Lavrov, ha sollecitato il presidente Vladimir Putin a non spegnere le frequenze dei canali della diplomazia, così da evitare la guerra. E la situazione è migliorata, fino a permettere a Piazza Affari di ridurre la perdita al 2%, all'Eurostoxx600 di contenere il ribasso all'1,8% e a Wall Street di galleggiare attorno alla parità. Di fatto, però, nulla cambia. L'incertezza, la peggior nemica dei mercati, resta lo scomodo convitato di pietra al tavolo di una crisi esplosa nel peggior momento, con il mondo occidentale stretto nella morsa dell'inflazione a causa dei continui rincari energetici. Il nervo scoperto, quello che rende questa crisi diversa dalle altre e che ieri ha fatto volare i prezzi del metano di oltre il 10% fino a 84 euro per kilowattora e portato il greggio Brent a 95 dollari il barile e il Wti sopra i 93 dollari, sta proprio qui, nella consapevolezza del ruolo centrale di Mosca nelle forniture. Sono quasi cinque milioni i barili di petrolio che la Russia esporta ogni giorno, di cui il 48% destinati all'Europa, percentuale che rende bene l'idea della nostra dipendenza. In caso di sanzioni, soprattutto se saranno del tipo «mai visto» come minacciato dal presidente americano Joe Biden e dall'Unione europea, c'è il rischio concreto che i rubinetti si chiudano. Ciò che spaventa è la prospettiva che neppure l'Opec, il Cartello dei principali Paesi produttori di petrolio, possa compensare il deficit di offerta che si verrebbe a creare. Al netto del pericolo di un blackout nel Vecchio continente determinato dalla sospensione delle consegne di metano, la carenza di greggio potrebbe spingere il barile fino a 120 dollari. Con conseguenze ancor più drammatiche, nel breve termine, per i prezzi. Così, più che le bollette con stangata incorporata, i mercati temono la reazione delle banche centrali rispetto a un'inflazione che in gennaio è volata al 7,5% negli Stati Uniti e al 5,1% in Europa. L'ipotesi di sette rialzi dei tassi quest' anno da parte della Federal Reserve ha trovato conferma nelle parole con cui il presidente della Fed di St. Louis, James Bullard, ha chiesto una stretta di un intero punto percentuale prima di luglio. Se a parlare saranno in Ucraina le armi, Eccles Building si ritroverà ancor più di fronte a un bivio, dovendo decidere se la lotta al carovita va combattuta anche a rischio di trascinare l'America in recessione. È un dilemma che non mancherà nemmeno ai piani alti di una Bce ancora ondivaga nella comunicazione. Un ritiro delle misure di stimolo, contestuale a un giro di vite al costo del denaro, renderebbe vulnerabili i Paesi più indebitati come l'Italia. Le tensioni sui differenziali di rendimento delle ultime settimane rischiano di essere solo un assaggio di ciò che potrebbe accedere se venisse meno il paracadute della Bce, ciò che da tempo rende indolore il collocamento dei 400 miliardi di euro di titoli pubblici.

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