Sul lungo periodo i buoni del Tesoro rendono di più. In 15 anni bruciati 115 miliardi

Oltre 30 anni fa, a un'intera generazione di giovani cronisti economici chiamati a misurarsi con l'ancora acerba industria dei fondi comuni d'investimento, la raccomandazione che arrivava dai gestori, all'appuntamento mensile coi risultati, era una sola: «Non guardate i rendimenti sul breve periodo. Il fondo è un investimento a lungo termine». Chi aveva un po' di dimestichezza con Keynes e col suo « in the long run we are all dead », si lasciava andare a gesti apotropaici.

Chi è sopravvissuto, può ora, a 31 anni di distanza dalla nascita delle casse comuni, fare un bel bilancio su cosa ha prodotto il tanto invocato lungo termine. In soccorso, arriva la consueta ricerca curata dall'Ufficio Studi Mediobanca, per la verità mai troppo tenera con quelli che molti considerano l'ideale trait-d'union tra risparmio e mercati finanziari. Anche quest'anno, gli analisti di Piazzetta Cuccia non si smentiscono. Perché il titolo principale che si estrapola dalla ponderosa analisi è uno solo. Questo: «Il Bot batte il fondo». «I rendimenti in un'ottica di lungo periodo sono ancora insoddisfacenti», scrivono in modo tranchant gli estensori dell'indagine. Dai calcoli effettuati, si scopre che se qualcuno, dal 1984 al 2014, avesse puntato su tutti i fondi italiani avrebbe dovuto sopportare, rispetto a chi invece aveva scommesso su un Bot annuale, una «perdita poco inferiore a una volta il patrimonio iniziale», aumentato di sole 4,1 volte contro le 5 dei Buoni del Tesoro. Il rendimento nel periodo, al netto delle imposte, vede infatti i fondi marcare una differenza di ben l'88,3% rispetto al più classico dei titoli di Stato.

La situazione non è più rosea disaggregando i rendimenti per tipologia di fondi. Gli azionari, per esempio, sembrano aver marginalmente beneficiato nel 2014 delle buone performance delle Borse. Hanno infatti portato a casa un 6%, inferiore al 19,6% dei mercati azionari mondiali. E negli ultimi 31 anni hanno garantito ai sottoscrittori un 4,8% annuo contro il 7,6% delle azioni italiane e il 9,3% delle Borse internazionali. Cifre deludenti che Mediobanca usa per infliggere una solenne bocciatura: «L'industria dei fondi continua a rappresentare un apporto distruttivo di ricchezza per l'economia del Paese». Non basta un surplus di rendimento superiore, sui cinque anni, ad attività risk free attorno ai 4 miliardi di euro: sui 10 anni si bruciano 7 miliardi. Che diventano 115 sui 15 anni.

Cahier de doleances finito? No. La ricerca fa le pulci anche ai costi di gestione che, rimasti fermi all'1,2% del patrimonio, sono però salati per chi sceglie un azionario e si vede applicato un 2,7%, quasi quattro volte in più della commissione fatta pagare dai fondi americani. Ciò spiega in parte i risultati di gestione ottenuti l'anno scorso, chiuso con un utile lordo pari a 11 miliardi, grazie anche a una raccolta netta risultata positiva per 33 miliardi, il livello più elevato dal 2000. Un miglioramento riflesso anche dal patrimonio dei 961 fondi, cresciuto di 42,3 miliardi a 260 miliardi. L'ultimo appunto riguarda la rotazione del portafoglio, che avviene ogni nove mesi per titoli di Stato e bond e ogni 10 mesi per le azioni. Un turn over anomalo rispetto al contesto internazionale che denota «visioni di brevissimo periodo». Ma come: e il lungo termine?

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