Nell'Irak dilaniato dai conflitti c'è un paradiso: il Kurdistan

Niente bombe e stragi quotidiane. Nella regione autonoma del popolo curdo spuntano ville, ristoranti e oleodotti. Grazie al petrolio e ai soldi stranieri

Erbil, capoluogo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno
Erbil, capoluogo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno

da Erbil (Kurdistan iracheno)

Quando esci dal moderno aeroporto di Erbil, il capoluogo (la capitale?) della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, e percorri la strada verso la città, ti rendi subito conto di stare in un posto che con l'Irak delle stragi quotidiane e dell'odio settario c'entra poco. Grandi palazzi in costruzione si susseguono fino ad arrivare nella vera e propria città-cantiere. Il pensiero dominante pare sia quello di rifare tutto in fretta per dimenticare il passato di guerre, vessazioni e lutti infiniti.
Gli emigrati tornati a casa non riconoscono la propria città che, pure, è una delle più antiche del mondo. Da fonti sumeriche, di Erbil si hanno infatti notizie intorno al 2000 avanti Cristo, ma alcuni studiosi sostengono che già ottomila anni fa l'area fosse abitata. Ora è il momento di dare un volto nuovo a quel «focolare domestico» che, per il popolo curdo, è simbolo della libertà ritrovata. Il denaro per gli investimenti, stranieri e locali, non sembra un problema. Essendo il sistema bancario ancora debole, si lavora anche per contanti e non è infrequente che un imprenditore paghi i fornitori con carrettate di dinari. Ci sono poi i grandi gruppi, come Emaar Properties del Dubai, noto per avere costruito in patria Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, e che qui sta edificando un enorme quartiere.

Nuovo non sempre significa bello. Insieme ai tentativi di lusso per nuovi ricchi, come le discutibili, sul piano del gusto, villone di Dream City, sono sorti alveari di cemento senza alcun criterio estetico e ambientale. «Il problema è che dovevamo ricostruire velocemente. Adesso, però, siamo più attenti alla qualità e, sotto questo aspetto, il made in Italy per noi è una garanzia», ci dice Rizgar Dizayee, portavoce della Associazione imprenditoriale curda: «Abbiamo ancora tanto da fare, ma dobbiamo anche risolvere, con Baghdad, il problema dei proventi petroliferi. La legge irachena stabilisce che ci spetta il 17% della produzione nazionale, ma non ce ne restituiscono nemmeno l'11%». Il controllo del petrolio è, in effetti, la questione decisiva per la Regione autonoma che ha da poco realizzato un oleodotto esteso dal proprio territorio fino al porto turco di Ceyhan, suscitando le ire del premier iracheno al Maliki e pericolose tensioni politiche. Dizayee non ha dubbi in proposito: «Anche Kirkuk, dove ci sono giacimenti immensi, deve tornare ai curdi. Ci hanno promesso un referendum che però non vogliono fare. Quella città è sempre stata curda, anche se Saddam espulse una parte dei suoi abitanti per arabizzarla. Non è il momento adatto, ma tutto il popolo vuole l'indipendenza e in futuro l'avrà».

È paradossale la situazione dell'Irak dal quale i curdi vorrebbero tagliare la corda. Secondo la Ong Iraq Body Count, il 2013, con 10mila morti causati dalla guerra civile, è stato l'anno con più vittime degli ultimi cinque. Poche settimane fa, gruppi di guerriglieri legati ad Al Qaida sono addirittura riusciti ad entrare nelle città ribelli di Falluja e Ramadi, prima di esservi scacciati, non dall'esercito nazionale, ma dalle milizie sunnite locali. Eppure, l'anno passato la produzione petrolifera nazionale ha toccato il record degli ultimi tre decenni, con una punta di circa 3,3 milioni di barili al giorno. E si potrebbe arrivare a 6 milioni se migliorassero un poco infrastrutture e sicurezza.
Il Kurdistan iracheno, con i suoi 4 milioni di abitanti, dei 25 milioni di curdi dispersi tra Turchia, Siria, Iran e Irak, è grande all'incirca come la Svizzera: trattenendo le proprie risorse, si garantirebbe una crescita sbalorditiva. La modernizzazione improvvisa rischia però di dissolvere quell'identità curda che, nei tempi difficili, è stata difesa a caro prezzo. «Il pericolo c'è, ma alcune cose negative della nostra cultura è giusto abbandonarle», replica Ahmed Dezaye, preside dell'Università Salahaddin, la più grande del Paese: «I giovani sono cambiati, anche perché gli studenti universitari sono passati dai 7mila del 1991 ai 120mila di oggi. Adesso, possono parlare liberamente e criticate tutto e tutti, me compreso purtroppo», aggiunge sorridendo. Chiacchierando con gli studenti del campus, ascoltiamo opinioni diversificate. C'è chi ritiene che la stampa sia libera e chi sottolinea come non si possa mettere il naso negli affari delle grandi famiglie, soprattutto quella dei presidenti del Kurdistan Massoud Barzani e dell'Irak, Jalal Talabani.

I curdi che se lo possono permettere si godono i tempi nuovi e la sicurezza, garantita dalle onnipresenti ma discrete forze di sicurezza, negli immensi mall sorti come funghi e nei bar e ristoranti del quartiere cristiano di Ankawa, dove si beve alcool e l'ambiente si ispira, con qualche ingenuità da apprendistato, a quello occidentale. Solo nella vecchia «chaixana», la tipica sala da tè curda, sotto l'antica cittadella che domina Erbil, si vede ancora qualche uomo vestito con gli shalwav, i tradizionali pantaloni a sbuffo. Qui si leggono i giornali e si discute di politica: in questi giorni fervono le consultazioni per la formazione del nuovo governo. I politici si accapigliano per la distribuzione delle varie poltrone: bisogna accontentare anche il nuovo partito Ghoran, affermatosi in nome della lotta alla corruzione. Per noi è un noioso déjà vu, per i curdi è il sintomo di una sospirata normalità senza più spargimenti di sangue.

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