Europa e giornali, Berlusconi picchia tutti

L’estate della Perdonanza è terminata. Il Cavaliere è tornato, ma se volete capire dove stia andando, dimenticatevi le regole convenzionali. Da quindici anni, ogni volta che il premier si abbandona a un’esternazione fregandosene di quello che dicono i sacri parametri della prima Repubblica, tutti i commentatori profetizzano la sua fine. E invece è vero esattamente il contrario. Ogni volta che Berlusconi ha stupito i poteri forti e parlato alla pancia di questo Paese, mosse che altri consideravano suicide si sono rivelate salvifiche per lui. Ecco perché se volete capirlo dovete abbandonare il politicamente corretto e sfogliare l’album dei ricordi.
1993, dicembre. Una sala riunione di Arcore. Di fronte a un gruppo ristretto di opinion leader di cui fanno parte Gianni Letta, Giuliano Ferrara, Enrico Mentana, Fedele Confalonieri, Maurizio Costanzo, Berlusconi annuncia che non farà quello che tutti si aspettano da lui (ovvero sostenere il Patto di Mario Segni) ma che fonderà lui stesso un partito. Vale la pena rivivere quella scelta con le parole di chi c’era. Gianni Letta disse: «Sono contrario». Per Maurizio Costanzo «è un errore». Enrico Mentana profetizzò che l’avrebbero fatto a pezzi. Lui andò diritto, pronosticò il 30%, prese poco meno. Secondo atto. Agosto del 1999. Il governo D’Alema approva il decreto sulla par condicio. Tutti i soloni intonano il de profundis: il Cavaliere ha vinto grazie alle televisioni, ora che gli spot sono eliminati, svanirà nel nulla. C’erano già tonnellate di saggi che parlavano di dinamiche orwelliane su come gli elettori fossero stati indottrinati dalle battute di Ambra su Occhetto diavoletto. Tutti cantarono il requiem. Berlusconi noleggiò la nave azzurra. Senza spot e con lo strumento più antico vince le Regionali e mette al tappeto Massimo D’Alema. 2006, ultimo atto la campagna contro Prodi. Tutti dicono che il governo è in crisi, quasi tutti i sondaggi lo certificano a meno 8: Berlusconi si presenta sul palcoscenico di Confindustria, sconfessando la sua nomenclatura, raccoglie l’ovazione del popolo degli imprenditori e per pochi voti non vince un’elezione già persa.
Il Berlusconi di Danzica va letto alla luce della sua storia. Ogni volta che il Cavaliere ha sconvolto il luogo comune ha ritrovato vitalità nella dissacrazione e nella rottura dei codici convenzionali. Berlusconi è quello che nel pieno dello scandalo ristabilisce il contatto con il suo popolo: non sono un santo, gli italiani mi conoscono e mi accettano come sono. Berlusconi è quello che quando tutti gli dicono di cospargersi il capo di cenere per le rivelazioni di un’escort dice: non cambierò. Forse sarà il caso di ribaltare il punto di osservazione della sinistra, proprio perché i suoi leader si sono omologati ai dettami del palazzo. Berlusconi sale sul predellino, Bertinotti entra nel salotto dell’Angiolillo.
Cosa è successo ieri? Parlando come nessun presidente del Consiglio avrebbe mai fatto prima e mai farà dopo di lui, Berlusconi ha osato criticare la sacralità felpata e revisionista del Corriere, si è ribellato ai tecnocrati di Bruxelles e si è fatto beffe dei diktat della stampa progressista e inquisitoria. Ma è proprio la capacità di andare contro i dettami di eurocrati di Bruxelles che mantiene i ceti popolari lontano dal radicalismo della Lega, e proprio la capacità di contestare i dogmi dei grandi giornali borghesi che lo rendono ancora seducente per i ceti modernizzatori e produttivi del Nord-est. È il suo rifiuto di un finto bipolarismo basato sulla subalternità all’avversario e ai propri giornali che ha cementato i moderati cattolici e gli ex antagonisti di destra che oggi si riconoscono nel suo partito. Quindi, se volete capire Berlusconi, non fate come Gianfranco Fini, l’ultimo a caderci con la storica sentenza: «Siamo alle comiche finali». Salvo poi rimangiarsi tutto per salire in corsa sul predellino del Cavaliere.