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Europa

Addio alla Spinelli, dall'europeismo all'estrema sinistra

Figlia del celebre Altiero, padre del Manifesto di Ventotene, è morta a 80 anni

Saggista e politica italiana Barbara Spinelli, è morta ieri, all'età di 80 anni, a Roma

Ecco l’omaggio «sentito», al di là del protocollo, di Roberta Metsola, presidente del Parlamento Ue: «Ha dedicato il suo impegno e il suo percorso al futuro del progetto europeo, sulle orme del padre». Ma forse quelle orme Barbara Spinelli, giornalista, saggista, deputata a Strasburgo, morta ieri a Roma a ottant’anni, le ha seguite fino a un certo punto. Dal federalismo respirato in famiglia alla lista Tsipras, dalla sinistra liberale degli esordi alle recenti posture più radicali, questa la sua parabola.

Suo papà Altiero, dal confino sull’isola, scrisse nel 1941 con Ernesto Rossi il Manifesto di Ventotene, prima pietra dell’Unione Europea. Sua madre Ursula Hirschmann, ebrea tedesca esiliata, lo diffuse e lo fece pubblicare. Lei scelse il giornalismo. Gli esordi al Globo, un transito a L’Espresso, la partecipazione alla nascita di Repubblica di Scalfari nel 1976, poi il passaggio al Corriere della Sera e a La Stampa, dove ogni domenica usciva un suo lucido commento. Corrispondente da Parigi, editorialista, analista di politica estera. Esperta di relazioni Est-Ovest e di conflitti internazionali. Attraverso articoli, libri e prese di posizione pubbliche ha portato la sua eredità familiare nel dibattito politico, sempre sul crinale della sinistra moderata. Per tanti anni il suo compagno è stato l’economista ed ex ministro Tommaso Padoa Schioppa.

Poi la svolta. Nel 2006 il gran rifiuto a Romano Prodi, che l’aveva invitata a entrare nel comitato dei saggi incaricati di stendere il manifesto fondativo del Pd. Nel 2008 l’adesione al No-Cav day di Piazza Navona. «Non è importante il nome del regime in cui viviamo, conta la sostanza». E nel 2014, dopo aver rivolto dure critiche al Patto del Nazareno tra Berlusconi e Renzi, l’ingresso al Parlamento Ue con la lista L’altra Europa di Tsipras. «Qualora fossimo eletti, io e Moni Ovadia non accetteremmo di occupare il seggio», le sue dichiarazioni alla vigilia del voto. L’idea era di ritagliarsi un ruolo di vigilantes della nuova forza politica e di «fare da traino» per i candidati più giovani. Infatti Ovadia si dimise subito dopo lo scrutinio. La Spinelli invece traccheggiò qualche giorno, la lista si spaccò, i militanti firmarono due petizioni opposte, finché l’ex premier greco Alexis Tsipras non prese in mano la situazione e la convinse a entrare a Strasburgo. «Ti voglio lì». A farne le spese fu il primo dei non eletti, un giovanissimo Marco Furfaro, secondo arrivato nella circoscrizione centro, all’epoca in Sel e oggi nella segreteria Schlein.

Al Parlamento Ue ricoprì la carica di vicepresidente della commissione Affari costituzionali. Nel 2025 polemizzò con asprezza con Giorgia Meloni a proposito del Manifesto di Ventotene, accusando la premier di «stupidità» e ringraziandola per aver fatto conoscere l’opera di suo padre a un ampio pubblico. Fino all’ultimo ha collaborato al Fatto Quotidiano, dove si ricorda un suo celebre articolo sulle «ragioni russe nella guerra in Ucraina».