Le ultime elezioni a Berlino hanno mandato la sinistra tedesca in cortocircuito creando un caso politico unico, che però mostra bene le conseguenze di una certa condiscendenza verso gli ambienti radicali per un pugno di voti. Pochi giorni fa, mentre a Berlino si discute ancora di come formare il nuovo governo cittadino dopo le elezioni di settembre, Der Spiegel pubblica un pezzo che è tutt’altro rispetto a quanto inizialmente previsto. Elif Eralp, la candidata di Die Linke destinata a diventare la prossima sindaca-governatrice della capitale tedesca, ha rilasciato un’intervista in cui le viene chiesto di alcuni episodi problematici emersi in campagna elettorale, in particolare di confini superati da ambienti radicali pro-palestinesi legati al suo partito. Eralp riconosce che sì, in certi casi si erano superati dei limiti. A quel punto i giornalisti le chiedono esplicitamente se, quando parla di questi episodi, si stia riferendo anche a Ibrahim Ibrahim (l’attivista presente alla festa elettorale della Linke e noto per aver definito Sinwar un “eroe martire”) e lei conferma.
Poi, però, nelle annotazioni private aggiunte al testo da autorizzare, ha chiesto di cancellare quella parte. Nelle note, finite per errore alla redazione, ha scritto chiaramente di avere paura per sé e per il marito per “queste persone” che avrebbero con collegamenti a Hamas. In quelle stesse note ha scritto che la polizia in passato le aveva consigliato di non fare mai nomi quando si parlava di criminalità organizzata, e ora il problema era diventato quello di ambienti legati a Hamas. Ha scritto che non avrebbe potuto mettere in pericolo sé stessa e la famiglia per un’intervista e che quindi era meglio annullare tutto. Elif Eralp, 45 anni e avvocato, è figlia di immigrati turchi fuggiti dopo il colpo di Stato del 1980, ed è diventata in pochi mesi il volto nuovo e vincente della sinistra berlinese. Die Linke ha ottenuto un risultato fortissimo alle elezioni regionali di settembre anche grazie a una campagna aggressiva sulla casa e a un elettorato giovane e multiculturale che l’ha sostenuta con forza. Molti l’hanno ribattezzata la “Mamdani di Berlino”, in quando candidata naturale, per quel tipo di sinistra, per guidare una coalizione con socialdemocratici e Verdi e diventare la prima donna di origine turca a reggere il municipio della capitale.
Proprio questo successo ha reso ancora più pesante l’ammissione di paura, perché Ibrahim Ibrahim non è un attivista qualunque, è una figura nota negli ambienti radicali pro-palestinesi di Berlino, cittadino tedesco di origine palestinese, considerato un punto di riferimento del Vereinigtes Palästinensisches Nationalkomitee. Le autorità di intelligence cittadine classificano quell’organizzazione come estremista e la descrivono come un punto di raccordo tra sostenitori di Hamas e del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, gruppo a sua volta definito terroristico da Unione Europea e Stati Uniti. Ibrahim ha definito pubblicamente Yahya Sinwar, l’uomo che ha organizzato gli attacchi del 7 ottobre 2023, un “eroe martire”. Ha fatto la sua comparsa alla festa elettorale della Linke a Neukölln dopo la vittoria di settembre, fotografato insieme a esponenti del partito e la sua presenza aveva già generato polemiche. Quindi il fatto che la futura sindaca abbia ammesso privatamente di temerlo, e di non voler neanche nominarlo per paura delle conseguenze, ha avuto ovviamente delle conseguenze politiche,
Da un lato c’è chi l’accusa di debolezza e di vulnerabilità alle pressioni di ambienti estremisti, dall’altro c’è chi sottolinea che Eralp da mesi riceve minacce e insulti e che la polizia le ha effettivamente consigliato cautela. Lei stessa, dopo lo scandalo, è uscita pubblicamente ribadendo di non farsi intimidire e di essere determinata a combattere criminalità organizzata, violenza e terrorismo, ma il danno politico ormai era stato fatto. La storia di Elif Eralp, fino a pochi giorni fa raccontata come quella di un’ascesa irresistibile di una donna di origine immigrata capace di parlare a un elettorato nuovo, non è più solo la storia di una vittoria elettorale ma quella di una storia che fa emergere profondi e spinosi legami con l’estremismo islamico, le pressioni e le paure che attraversano oggi certi ambienti della sinistra radicale europea quando si tocca il tema di Hamas e dei suoi sostenitori.
