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Il flop irlandese insegna: su le tasse, via i capitali. E il Pil è crollato del 12%

L’aliquota minima ritoccata al 15% presenta il conto anche a Dublino

L'Eurozona e lo scudo anti - spread
L'Eurozona e lo scudo anti - spread
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A volte basta un granello di sabbia a far inceppare ingranaggi che sembravano perfetti, e così, un piccolo cambio nel sistema di tassazione irlandese può anche rallentare l'intera Eurozona. E i dati Eurostat hanno certificato questo paradosso: nel primo trimestre il prodotto interno lordo europeo è scivolato a -0,2%, rispetto al +0,1 stimato, e a fare da zavorra non è stata la guerra in Medioriente, ma il tracollo senza precedenti dell'Irlanda. Il Pil di Dublino, infatti, è sprofondato del 12,1% tra gennaio e marzo, portando la crescita annuale a un drammatico -16,8%, il dato peggiore mai registrato nelle serie storiche del Central Statistics Office. Un crollo non casuale, ma che dipende, almeno in parte, dalla ritirata delle multinazionali che sull'isola muovono i fili della ricchezza.

A far tremare il vecchio paradiso fiscale è una doppia tempesta: fiscale e industriale. Da una parte, l'adeguamento agli accordi internazionali sulla Global Minimum Tax (tassa minima globale) ha costretto Dublino a ritoccare l'aliquota tanto attraente per le multinazionali, passando dal 12,5% al 15%. Una variazione apparentemente minima, ma letale per chi ha costruito la propria fortuna sul dumping fiscale. In risposta le grandi società hanno iniziato a delocalizzare i flussi finanziari e a tagliare personale, comprimendo di fatto del 27% il settore delle multinazionali. Dall'altro lato, il comparto farmaceutico è entrato in una fase di contrazione fisiologica post-pandemica. La Bank of Ireland ha gettato acqua sul fuoco, parlando di un «effetto distorsivo» dovuto a un ristretto numero di aziende che convogliano i profitti attraverso Dublino senza benefici tangibili sull'economia reale. Ma il dato non cambia: l'Irlanda si trova di fronte a una crisi del Pil.

Tornando all'Europa, Dublino

esclusa, l'economia sarebbe cresciuta di un solido 0,2-0,3%, in linea con la resilienza tanto cara a Francoforte. Ma l'impatto irlandese complica il compito della Bce nel valutare le ripercussioni della guerra in Iran e nel calibrare la risposta adeguata in termini di politica monetaria.

Tuttavia, il caso dell'Irlanda non deve preoccupare solo per gli effetti sull'economia del Vecchio Continente, ma è un monito politico preciso che si

basa sugli eccessi - o anche solo sugli aumenti - delle tassazioni, mostrando quanto alcuni modelli di crescita fondati sull'attrazione fiscale del capitale possano diventare vulnerabili quando cambiano le regole del gioco.

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