L’Italia, tranne quando le sue strutture erano collasso, quando non si poteva garantire la dignità dei migranti, ha sempre fatto entrare nei suoi porti le navi delle Ong. Le rare volte in cui ha rifiutato l’ingresso per i motivi sopracitati si sono aperte crisi internazionali perché gli altri Paesi si sono sentiti attaccati nella loro sovranità. Esiste una sorta di convinzione nell’Unione europea secondo la quale l’Italia dev’essere obbligata ad aprire i suoi porti alle Ong di qualunque Paese. Eppure, nel Mediterraneo si affacciano anche altri Paesi europei: C’è Malta, c’è Cipro, c’è la Grecia, c’è perfino la Francia con la Corsica, che è senz’altro più vicina da raggiungere rispetto ai porti italiani del nord. Ma c’è anche la Spagna ovviamente, da dove le navi partono e trovano posto barca ma dove non possono tornare con i migranti. Per altro, nonostante l’elevatissima mortalità nelle rotte spagnole del mare, non ci sono Ong che operano in quel tratto di mare: anche questo elemento andrebbe approfondito.
L’Italia si fa carico dei migranti che sbarcano dalle Ong tedesche, principalmente, e spagnole. Da sempre. Questo perché nel trattato di Dublino non è stata inserita la clausola, che potrebbe ancorarsi al diritto internazionale, secondo il quale chi mette piede su una nave o barca è assoggettato alle leggi dello Stato di cui batte la bandiera, in quanto il mezzo è considerato un’estensione territoriale di quel Paese. Ma c’è sempre stato un rifiuto a riconoscerlo e metterlo formalmente su carta all’interno dei regolamenti di Dublino, anche se di soluzioni ce ne sarebbero state innumerevoli per dargli applicazione. Ma ora che la Germania prova ad alzare la voce con l’Italia invocando Dublino per imporre al nostro Paese di riprendersi i migranti eventualmente arrivati con i movimenti secondari.
Il Viminale ha replicato ai tedeschi ricordando loro che per quanto riguarda i bilanci antecedenti il 12 giugno 2026 questi sono stati azzerati e che per quanto riguarda, invece, quelli arrivati successivamente, i tempi sono troppo stretti per sapere con certezza il Paese di primo ingresso. Quindi, visto che la Germania rivendica il principio di primo ingresso, il Viminale ha ricordato loro le decine di migliaia di migranti entrate in Italia con le Ong alle quali lo Stato tedesco ha concesso la bandiera, riferendo che che dovrà necessariamente operarsi una “compensazione” in futuro tra i flussi secondari verso la Germania e gli ingressi in Italia favoriti da navi tedesche.
La rivendicazione italiana potrebbe trovare casa in Europa, considerando che il nostro Paese deve già far fronte agli ingressi spontanei e che questa potrebbe essere la soluzione salomonica ideale. “Invito gli amici del governo spagnolo e quello tedesco a richiamare le loro Ong che fanno da spola per portare immigrati irregolari nelle coste italiane. Le ong spagnole vadano in Spagna, quelle tedesche in Germania, quelle olandesi in Olanda, l’Italia non sarà più il campo profughi d’Europa”, ha dichiarato il ministro dei Trasporti e vicepremier Matteo Salvini, estremizzando il concetto ma chiarendo la posizione dell’Italia, che finora aveva sempre limitato la sua azione al rispetto delle leggi nazionali da parte delle Ong, che sono spesso anarchiche in tal senso. Ma quel che stupisce particolarmente è la reazione delle Ong tedesche, che ora si lamentano anche per il meccanismo di compensazione. Cosa cambia a un’organizzazione non governativa che sostiene di salvare i migranti dove questi vengono portati per le procedure di asilo o accoglienza? La Germania è un Paese civile, tanto che numerosi vogliono arrivarci.
“United4Rescue esorta i governi tedesco e italiano a rispettare i loro obblighi umanitari e giuridici e a garantire ai sopravvissuti l’accesso alle cure mediche e ai loro diritti umani fondamentali. Condanniamo ogni tentativo di limitare il lavoro umanitario o di minare il diritto umanitario internazionale e chiediamo un passaggio sicuro e legale per le persone che fuggono da guerre, torture, abusi, violenze, anche sessuali, e discriminazioni”, si legge in una nota affidata dalla portavoce di United4Rescue, che raggruppa diverse Ong tedesche. Bisognerebbe anche intervenire sul diritto marittimo internazionale per riscrivere le norme che regolano il soccorso in mare, perché queste sono state scritte quando ancora non esistevano le Ong che si occupano del salvataggio sistemico in mare, perché regola i casi in cui una nave si imbatta casualmente, durante la navigazione, in un’imbarcazione in difficoltà. E la differenza è notevole. L’obbligo di prestare assistenza a chiunque si trovi in pericolo in mare resta un principio cardine inderogabile del diritto internazionale, ma la mancanza di regole aggiornate all’attività di pattugliamento sistematico crea una sovrapposizione impropria tra norme nate per la sicurezza della navigazione e la gestione delle politiche migratorie degli Stati costieri. La riscrittura o l’integrazione delle convenzioni internazionali del mare per tipizzare le attività di soccorso non occasionale consentirebbe di colmare questa lacuna, definendo con precisione i doveri, i limiti e le responsabilità degli Stati di bandiera rispetto alle navi dedicate in modo permanente alle operazioni di salvataggio.
