Il mito del modello nordico tolleranza illimitata, porte aperte e welfare per tutti è affondato sotto i colpi di Kalashnikov e le esplosioni che sventrano le periferie di Stoccolma, Uppsala e Helsinki. La realtà presenta un conto di sangue che la sinistra buonista ha finto di non vedere. La Svezia è un vero campo di battaglia: bande criminali formate da immigrati di prima e seconda generazione si contendono le piazze dello spaccio con metodi da cartello sudamericano. Fatti di sangue a ripetizione, come le esecuzioni nei locali a Uppsala o gli agguati a Örebro, fotografano un Paese allo stremo.
La piaga più infame è il reclutamento dei ragazzini tramite il ‘Gangs-as-a-Service’. Boss senza scrupoli ingaggiano 13enni su Telegram, usandoli come killer prezzolati a basso costo. Sanno che la giustizia svedese, imbevuta di permissivismo, ha garantito finora la totale impunità sotto i 15 anni. A questo esercito invisibile si uniscono i dublinanti, clandestini che Stoccolma vorrebbe ora rispedire indietro.
L’incendio svedese divampa nei Paesi vicini. In Finlandia la polizia lancia l’allarme per le gang giovanili di Helsinki che scimmiottano i narcos di Stoccolma, mentre tragedie come la sparatoria nella scuola di Vantaa sconvolgono la nazione. Perfino la
Svizzera applica il pugno di ferro. Nel 2024 l’80,5% dei richiedenti asilo nordafricani è stato accusato di reati. La risposta elvetica? Procedure d’emergenza e rimpatri forzati per chi sgarra.
Anche la politica scandinava ha dovuto svegliarsi dal sonno dell’utopia. Il governo svedese di Ulf Kristersson ha abbandonato la retorica dell’accoglienza a tutti i costi per passare alla linea dura: perquisizioni a strascico, intercettazioni preventive e carcere duro anche per i minorenni.
