Ieri, sui giornali, si sprecavano titoli sull’«onda nera che travolge la Germania». La solita solfa stantia di chi, per capire il presente, usa ancora il radar della Guerra fredda. Parlare di «ultra-destra» per l’Afd non è solo pigrizia, è una scemenza. Il suo boom elettorale è la fotografia di un Paese che non si riconosce più. L’Afd non è un club per nostalgici, ma il collettore di un incazzatissimo mosaico sociale: partite Iva, giovani, grafici e comunicatori che hanno capito che la sinistra ha sradicato la Germania, trasformandola in un’idea astratta priva di futuro.
Il cancelliere Merz non paga il prezzo elettorale per i contenuti, ma perché il suo partito è diventato un’entità liquida. La scelta di alleanze con i socialisti, controparte opposta per natura e obiettivi basti pensare all’immigrazione , ha creato una frattura insanabile con l’elettore tedesco moderato. In Italia, il cortocircuito non avviene. Antonio Tajani tiene la barra dritta. Meloni ha compiuto un’operazione di chirurgia politica: ha bonificato la destra dal folklore becero, quello stile «film porno» alla Vannacci, trasformandola in un movimento conservatore moderno. Un progetto capace di attrarre chi, altrove, cercherebbe rifugio nel Ppe.
Ursula von der Leyen, intanto, è in Groenlandia. Il suo «senso per la neve» le impedisce di annusare l’aria di casa. Se, invece di misurare il ghiaccio, fosse rimasta a Bruxelles, avrebbe capito che la sua architettura europea che emargina il centrodestra reale ha mandato i Popolari fuori strada. Il riscaldamento globale è un problema, ma il raffreddamento dei voti è un’emergenza. E il ghiaccio, a forza di ignorare la realtà, finirà per sciogliersi sotto di loro.
