Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 16:58
Europa

La moka apolide

Una carta d’identità digitale, certificata dalla blockchain, un notaio senza faccia che non sbaglia mai

Moka

Arriverà un giorno in cui la tua moka avrà un passaporto. Non è una battuta, è un regolamento: Ue 2024/1781. Dal 2027 le cose cominceranno a parlare. Avvicini il telefono a un codice e l’oggetto ti racconta da dove viene, quanto carbonio ha bruciato per nascere, se le sue viti hanno un ricambio, dove andrà sepolto quando sarà finita. Una carta d’identità digitale, certificata dalla blockchain, un notaio senza faccia che non sbaglia mai.

Tu però pensi a tuo nonno. Lui gli oggetti li conosceva per nome. La falce, la radio, la Bianchi con il fanale storto. Nessun codice Qr sul manubrio, eppure di quella bicicletta sapeva tutto: dove cigolava, quale salita odiava, che pioggia aveva preso nel ’54. La tracciabilità era la sua memoria. La riparabilità era lui, con il cacciavite e la pazienza.

Poi è arrivato il secolo dell’usa e getta. Estrai, produci, butta. Le cose hanno smesso di avere un passato e hanno cominciato ad avere una scadenza. Riparare costa più che comprare, e comprare è diventata l’unica forma di cittadinanza.

Ora l’Europa, che ha un debole per le carte timbrate, vuole rimettere ordine. Vuole che ogni oggetto dichiari le sue origini come un emigrante a Ellis Island. Nome, provenienza, sostanze sospette. C’è perfino un chatbot pronto a risponderti davanti allo scaffale. Gli chiedi: questa scarpa durerà? E lui risponde con l’esattezza di un oracolo che non ha mai camminato.

Non è una cattiva idea. È anzi la più conservatrice delle rivoluzioni: ridare peso alle cose, farle durare, rispettarle. La vecchia saggezza delle nonne tradotta in protocollo. Solo che la saggezza, quando diventa norma, cambia odore. Sa di ufficio, di conformità, di filiere sparse per mezzo mondo costrette a compilare un modulo che nessuno leggerà fino in fondo.

Allora fai una prova. Prendi la moka, quella vera, ammaccata, il manico mezzo bruciato da una distrazione di trent’anni fa. Non ha passaporto. Non saprai mai l’impronta di carbonio del suo alluminio. Nessun tag racconta le mattine di tua madre, il borbottio che annunciava la domenica, la volta che il caffè salì e sporcò il fornello e nessuno disse niente perché in casa c’era un lutto.

Il passaporto dirà da dove vengono le cose. Non dirà mai dove sono state. La blockchain certifica l’integrità, ma l’integrità di un oggetto non è la sua storia. La storia è un’altra contabilità: si scrive con le mani e si cancella solo quando muore chi la ricorda.

Così, mentre il mondo impara a leggere i codici, tu decidi di tenerla senza documenti. Clandestina. L’ultimo oggetto apolide di casa. E ogni mattina, quando gorgoglia, ti sembra che dica la sola cosa che nessun chatbot saprà mai dire: io sono stata qui.

Commenti