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Europa

Lo schiaffo islandese e l’anno delle elezioni: dalla Sassonia a Parigi vento di destra sull’Ue

Domenica voto in Germania: sarà boom Afd. Poi Svezia e Lettonia, Francia, Spagna e Gb: sfida euroscettici. Berlino: “L’Ue sia più attraente”

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Riesce ancora, l’Ue, a scaldare gli animi degli elettori? E per dirla semplice, ad essere attrattiva? Il No dell’Islanda, con il 52,8%, ha bocciato la ripresa dei negoziati per una membership tra la porta artica e Bruxelles, e riacceso la miccia dei partiti euroscettici disegnando un grosso punto interrogativo sul calendario elettorale del Vecchio continente: che vede chiamati a esprimersi pezzi portanti dell’Unione europea sul piano regionale e nazionale. Elezioni che potrebbero immortalare nuovi equilibri politici e ideologici nel cuore dell’Europa e non nella mera e bellissima periferia che ha scelto di conservare la propria indipendenza sulla pesca, o meglio la sovranità sui diritti della stessa.

C’è infatti una road map spietata che porta i prossimi dieci mesi a dar risposte su problemi di fronte ai quali, per anni, alcuni partiti hanno preferito fingersi morti. Dall’immigrazione alla sicurezza alle distorsioni sul diritto di asilo ammesse dalla stessa Ue alla troppa burocrazia. E di nuovo, quale sarà la risposta su dossier ben più centrati e centrali per la popolazione, rispetto alla difesa delle acque e delle quote di pesca nei mari del nord?

Se infatti il risultato islandese in cui i cittadini si esprimevano sulla riapertura di una via di congiunzione con Bruxelles interrotta più di dieci anni fa è stata una doccia fredda tutto sommato digeribile dalle istituzioni Ue, il discorso cambia quando in gioco c’è la trazione politica, le scelte, di Paesi membri: come Germania, Svezia, Lettonia. Il ministro degli Esteri tedesco Wadephul ieri ha suonato un campanello d’allarme, commentando la decisione islandese di opporsi all’Ue: «Ciò significa che dobbiamo riflettere su come possiamo diventare più attrattivi», ha detto il politico della Cdu ammettendo che «non è detto che tutti aspirino ad entrare, urge valutare in quali ambiti possiamo migliorare la nostra attrattiva, in particolare per le prospettive economiche che offriamo». Il dato islandese ha gelato Bruxelles; dove si è preso atto dell’esito del referendum. La Commissione «rispetta la scelta del popolo islandese», ha dichiarato un portavoce. Ma si guarda già ai messaggi che potrebbero arrivare dal voto locale con echi (ed effetti pratici) nazionali che ci sarà il 6 settembre in Sassonia-Anhalt, seguito dal voto di Berlino e Meclemburgo, il 20 settembre: l’estrema destra di AfD potrebbe trionfare nel primo e governare in solitaria soppiantando il tandem che ha pedalato assieme in questi anni, socialisti e popolari, e poi scalzare la Cdu dal secondo posto nella capitale tedesca. Poi toccherà alla Svezia, il 13 settembre, e alla Lettonia il 3 ottobre.

Cosa sappiamo? Potenzialmente, un nuovo Vecchio continente. Leader che non hanno mai vinto potrebbero farlo, profili in caduta potrebbero uscire di scena e candidature in salita aprirebbero scenari nuovi anche a Bruxelles. Con Zelensky che punta ad accorciare il conto alla rovescia per portare l’Ucraina a far parte dell’Ue, in altri Paesi già membri vanno in pressing partiti diventati «potabili», e in prima fila per cambiare l’Ue, farla retrocedere dalla pretesa di intervenire su ogni materia, comprese quelle su cui gli Stati nazionali, più prossimi ai cittadini, restano desiderosi come da messaggio islandese di difendere le specificità come valore aggiunto all’Ue. A marzo tocca all’Estonia, dove si potrebbe votare perfino prima: nelle scorse ore, i partiti all’opposizione hanno annunciato di voler chiedere il voto anticipato. Err, il Partito di centro (Pc), Isamaa e il partito di destra Ekre a colloquio con i socialdemocratici per far saltare il governo del liberale ed europeista di Michal. C’è la Finlandia ad aprile, e occhi puntati sulla Grecia, dove la gauche di Tsipras ci (ri)prova con un nuovo partito, Elas, secondo nei sondaggi. Fu l’uomo che ha combattuto contro la troika. Ma c’è soprattutto Parigi: Francia al voto il 18 aprile e 2 maggio. Destra lepenista in pole per entrare all’Eliseo. Punta a ridurre il contributo finanziario al bilancio comunitario. Poi? Italia e Spagna.

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