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L'editoriale

Il martello che colpisce la sinistra

Il curriculum di questo datore di lavoro parla chiaro. Comincia in Ungheria, dove la nostra inseguiva di notte, martello alla mano, presunti nazisti

Il martello che colpisce la sinistra

Davvero oggi vi svegliate con la faccia di chi ha visto un fantasma perché Ilaria Salis ha licenziato i suoi collaboratori senza giusta causa? Sentite il «campo largo» che trema mentre scopriamo che l’icona antifascista, pagata col portafoglio dei contribuenti, è stata condannata a risarcire 300mila euro per aver fatto esattamente ciò che la sinistra imputa ai «padroni»: umiliare i lavoratori. Ma di cosa vi stupite? Il curriculum di questo datore di lavoro parla chiaro. Comincia in Ungheria, dove la nostra inseguiva di notte, martello alla mano, presunti nazisti (categoria in cui, se scrivo queste righe, ci mette anche me). Se uno mi insegue col martello, permettetemi, non è un’opinione politica: è un reato. Eppure l’abbiamo trasformata in martire perché le manette erano troppo strette, portandola a Strasburgo. Lì, tra un invito a occupare le case degli altri e una lezione su come schivare i mutui che i fessi pagano ogni mese, ha applicato il «metodo Salis» anche ai sentimenti. Prima il compagno assunto cosa vietatissima dal moralismo progressista poi il gioco di prestigio delle residenze per sfuggire ai processi. È la normalità di chi si sente sopra le regole in nome di una superiorità morale autoproclamata. Persino Susanna Camusso, che di contratti ne ha visti, ha dovuto ammettere che no, non si licenzia così. Caro Bonelli, caro Fratoianni: dopo Soumahoro, ecco la Salis. Un consiglio: per le prossime liste, usate l’estrazione a sorte. Magari, pescando a caso nel mucchio, qualcuno che non inciampi nella legge lo trovate per sbaglio. Forse.

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