Un uomo tranquillo. Troppo tranquillo, un professionista che ha fatto della prudenza e del rispetto delle regole la sua forza. Alberto Bresciani è così e la sua carriera dentro la Diamond Spa, un'azienda del lusso di medie dimensioni ma dal discreto prestigio internazionale, rispecchia questa aurea mediocritas. Avrebbe potuto arrivare più in alto nella scalata delle gerarchie interne di questa solida realtà a gestione familiare, ma comunque è un dirigente. E anche la sua vita privata, senza successi eclatanti, ruota attorno ad un amore ultra ventennale con la moglie Virginia ed una routine soddisfacente, anche se un po' anodina. Tutto questo cambia di colpo quando i proprietari, i fratelli Marini, vendono l'azienda a un fondo statunitense: si parla di quotazione in borsa a New York e in maniera subalterna in Italia. All'improvviso piomba negli uffici un manager spietato, Don Schoellander, e la vita di Bresciani viene stravolta. Fa un salto inatteso di carriera ma si vede costretto a mettere in gioco valori e abitudini. Precipitato in un gioco feroce dove contano solo i numeri, riuscire a chiudere la collocazione in borsa. E tutto questo ad Alberto rischierà di costare carissimo.
C'è questa vicenda al centro del romanzo di Antonello Breggia: L'effimera gloria di un numero zero (Baldini+Castoldi, pagg. 190, euro 19). Breggia, che ha alle spalle una lunga carriera come dirigente d'azienda, costruisce quello che potremmo definire un financial thriller ben costruito. Ma nel libro c'è anche qualcosa di più. Una descrizione chirurgica delle dinamiche di un mondo del lavoro dove irrompe il globale e si scardina un modo di produrre e creare che era meno performante ma più umano.
Il tutto raccontato senza inutili effetti speciali, piuttosto inquadrando tutto sotto una luce fredda che ricorda quella di Milano in certe mattine di nebbia. Se esiste ancora un'etica, disperata ma non doma, da colletti bianchi in questo romanzo la trovate.