Fastweb, il giallo degli arresti rimandati per sette mesi

Tre date, segnate sul calendario dell’inchiesta su Fastweb, non tornano. Tre date che sono altrettanti indizi. E seminano sospetti sulla rovinosa caduta di Silvio Scaglia, il guru della new economy oggi rinchiuso a Regina Coeli. È agosto, agosto del 2009, quando i pm di Roma si decidono a chiedere l’arresto del fondatore di Fastweb. Ma è solo a fine febbraio, che scatta la retata e l’indagine emerge col suo carico dirompente. Certo, il gip ha scritto una monumentale ordinanza di 1600 pagine e ha dovuto compulsare migliaia di atti, mail, intercettazioni. Un lavoraccio, anche perché l’inchiesta capitolina è di quelle componibili, come certe cucine: c’è la frode fiscale, ma c’è anche la ’ndrangheta, c’è Scaglia e c’è pure il senatore, abusivo e dimissionario, Di Girolamo. I pm, su questo non c’è alcun dubbio, hanno afferrato i tentacoli di una piovra potente, ben mimetizzata nei fondali fangosi a cavallo fra politica e criminalità organizzata.
Ma il passaggio dai Mokbel e dai Di Girolamo a Scaglia resta tutto da dimostrare. E non si capisce come mai la bomba sia scoppiata a fine febbraio, dopo una gestione così lunga. Oltretutto, ed è un dato oggettivamente sconcertante, le fonti di prova che inchioderebbero Scaglia sono esattamente le stesse - a parte una telefonata in cui il manager non è però all’apparecchio - del marzo 2007. Eccoci al terzo snodo che poi è il primo: il 13 marzo 2007 Scaglia riceve un avviso di garanzia per gli stessi fatti che lo porteranno dritto in cella tre anni dopo. Viene anche interrogato e gli viene contestata la frode fiscale: Fastweb avrebbe fatto affari non limpidi comprando e vendendo traffico telefonico con società che non versavano l’Iva. Scaglia si difende: il problema non è suo. In realtà la delicata operazione fiscale è sul filo della legge, ma il profeta della nuova economia, uomo proiettato in avanti ma con le spalle ben coperte, ha chiesto lumi a tre big del ramo: Giulio Tremonti, Guido Rossi e Guglielmo Maisto. Solo Maisto gli ha fatto notare i profili di rischio della manovra. Scaglia va avanti, come si richiede ad un condottiero. Telefonia ed euro vanno a braccetto.
La procura di Roma accende un faro. Gli contesta carte del triennio 2004-2006. Estrae le intercettazioni. Poi, dopo la deposizione, la posizione del signore di Fastweb entra nel congelatore. E poco dopo, particolare non proprio secondario, il finanziere esce dal business e vende il suo scoppiettante impero agli svizzeri di Swisscom. Che comprano tutto, compreso quel pasticcio fiscale in attesa di chiarimento.
L’indagine scompare di nuovo. Scende verso quei fondali limacciosi, habitat della piovra. Mette a fuoco figure inquietanti come i Mokbel e i Di Girolamo. La scorsa estate, sempre sulla base di quelle prove congelate come il pane, parte la richiesta di manette per il finanziere. E si arriva a febbraio. Il mese in cui gli indizi si travestono da sospetti. La miccia la innesca la procura di Firenze che mette in moto il ciclone Bertolaso, fa ammanettare la combriccola di Balducci e dei suoi amici, scava con furia nel cratere finanziario dei grandi appalti. Saltano tutti gli equilibri e più procure, da Perugia all’Aquila, si contendono gli indagati. Roma è alle corde, il procuratore aggiunto Achille Toro viene bersagliato da accuse infamanti ed è costretto alle dimissioni, più precipitose di quelle dei Balducci & company dalle loro strategiche poltrone. Si tengono assemblee infuocate e la giustizia va in cortocircuito sull’asse Roma-Firenze.
Ci vuole un segnale: puntuale, il 23 febbraio Roma va alla riscossa. Apre il freezer, tira fuori intercettazioni vecchie di anni, carte ormai ingiallite, documenti che sembrano cimeli. Ancorati al triennio 2004-2006. Ora il reato contestato è l’associazione a delinquere e Scaglia è il dominus ma la polpa è la stessa: è cambiato il fondale, non i fatti. È cambiata, anche la vita del manager. Ormai è lontano da Fastweb, dunque dal core business della presunta frode, ma è anche lontano fisicamente dall’Italia. Noleggia un aereo e va a proprie spese in cella. Un finale paradossale per una storia da leggere anche fra le righe della chilometrica ordinanza.

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