Forlan, Aguero, Weiss, Handanovic un Mondiale a gestione familiare

Jorge Higuain ha insegnato al figlio come si aggira un difensore. La posizione, gli ha detto. Davanti, mai dietro. Davanti significa che a volte basta un tocco a volte. Jorge lo sapeva perché lui era l’altro: stopper o terzino. Suo figlio Gonzalo ha capito.
Pablo Forlan ha fatto lo stesso: «Diego, attacca lo spazio». E Diego l’ha fatto: si mette tra le linee, dove non c’è più il centrocampo e non c’è ancora la difesa. Dove al papà dicevano di stare attento: faceva il terzino, gli davano da prendere l’ala. Al Mondiale 1974 giocò contro Cruyff, il migliore del mondo e della storia a fare quello che poi ha chiesto al figlio: infilati e vai. Tiro, gol. Diego in onore di Pablo, Gonzalo in onore di Jorge. Nel nome del padre. Questo è un Mondiale che tiene famiglia: ci sono figli di ex giocatori che hanno calpestato la stessa competizione, ci sono legami di sangue tra giocatori e allenatori, ci sono fratelli che giocano contro e molti che giocano insieme. La parentopoli del Sudafrica è la sconfitta del nepotismo. Nella prima partita del mondiale, il commissario tecnico degli Stati Uniti Bob Bradley ha tolto per primo dal campo il figlio Michael. Problemi? Il ragazzo è uscito e gli ha dato la mano. Come uno degli altri, come uno normale. Non ci sono favoritismi perché anche volendo sarebbe complicato gestirli: un mese di Mondiale, tutti insieme, tutti sotto stress. Se accarezzi il tuo bimbo e critichi un altro succede l’irrimediabile. Non serve la psicologia, basta il buon senso. Vladimir Weiss ha scelto di far giocare titolare nella Slovacchia il figlio solo perché non c’era nessuno meglio di lui nel suo ruolo. Nessuno meglio di Vladimir, perché col padre qui non si condivide solo il cognome, ma pure il nome. Così per semplificare tutto, così per dare a chi non è slovacco il piacere perverso di fare la domanda: ma c’è un errore? Non c’è. Sono semplicemente recidivi. Figlio, padre e pure nonno.
L’altro giorno, contro la Nuova Zelanda c’era un Weiss in campo, uno in panchina, un altro in tribuna: Vladimir anche lui, calciatore anche lui. Fu una leggenda dell’Inter Bratislava e si prese anche un argento olimpico ai Giochi di Tokio 1964. Uno, due, tre: una discendenza che in Slovacchia non spaventa, una parentela che non crea scandalo. Gioca il figlio? Vuol dire che è meglio degli altri. Funziona come al militare, qui: un ufficiale con un figlio soldato gli farebbe un favore? Quando guidi un gruppo finisci che un familiare lo tratti peggio di un estraneo: troppo forte il terrore di sembrare un mollaccione. Bradley e Weiss capiscono. Hanno giocato. Sanno che cosa pensa un calciatore, sanno che cosa succede quando vedono un figlio allargarsi col mondo. Non per convenzione, ma per sopravvivenza: se ti beccano a fare il tenero, minimo ti prendono in giro per il resto della vita, se sospettano che avvantaggi il tuo pupo, possono anche ammutinarsi. Allora la parentela c’è e parentopoli no: né tra allenatori e giocatori, né tra giocatori e giocatori.
Noi avevamo i fratelli Baresi, poi abbiamo avuto Cesare e Paolo Maldini. C’è mai stato il sospetto che uno giocasse solo perché l’altro era cittì? Siamo seri, per favore. Solo che la nostra era una casualità, questo rischia di essere un fenomeno. Gli altri oggi hanno facce simili tra cognomi identici che rivelano la stessa provenienza. La Costa d’Avorio si tiene i fratelli Yaya e Kolo Toué, l’Honduras Johnny e Wilson Palacios, il Giappone Shunsuke e Kengo Nakamura, il Paraguay Edgar e Diego Barreto, la Slovenia ha gli Handanovic: non sono fratelli, ma cugini, e sono tutti e due portieri. Si gioca per vincere non per fare piaceri ai propri parenti. In una squadra adesso sono tutti fratelli, anche quelli che non c’entrano nulla. Il cognome è un dettaglio affascinante. La storia nella storia, ammesso che la storia ci sia. Perché altrimenti è più stuzzicante quello che non si vede. L’olandese Van Bommel è capitano di una squadra allenata dal suocero. Aguero sta in panchina e anche lui accanto ha il suocero. Si chiama Maradona. Non è proprio la cosa più facile.

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