La gang dei depuratori rischia il processo

Dopo cinque anni la Procura di Catanzaro chiude l'inchiesta sulla corruzione negli appalti per la depurazione. Una vicenda che investe politici e imprenditori

Verso la conclusione l'inchiesta su una stagione di fango vissuta dalla Calabria. Fango, come quello che dovrebbe passare attraverso i depuratori della regione. Che invece non funzionano.
Dopo cinque anni di indagini, l'inchiesta Poseidone su presunti illeciti nella gestione della depurazione in Calabria, giunge ad una prima conclusione. Il procuratore aggiunto di Catanzaro Giuseppe Borrelli e il sostituto Paolo Petrolo, infatti, hanno chiuso le indagini emettendo l'avviso di conclusione nei confronti di 40 indagati ipotizzando, a vario titolo, i reati di associazione a delinquere, concussione, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale, omessa denuncia, truffa, turbata libertà degli incanti. Nell'elenco degli indagati figurano, tra gli altri, l'ex presidente della Regione, Giuseppe Chiaravalloti e l'ex assessore regionale all'ambiente Domenico Basile, del centrodestra, l'ex subcommissario per l'emergenza ambientale, Giovambattista Papello, e il neo direttore scientifico dell'Arpacal, l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente della Calabria, Francesco Nicolace, nominato il 4 agosto scorso. L'accusa più grave, associazione a delinquere, viene ipotizzata nei confronti di Chiaravalloti, Papello, Claudio Decembrini, e degli imprenditori Santo Lico e Vincenzo Restuccia. Secondo l'ipotesi dell'accusa, Chiaravalloti, nella sua qualità di commissario per l'emergenza ambientale, insieme a Papello e Decembrini, nella qualità di responsabile unico del procedimento, avrebbero alterato la regolarità delle gare di appalti pubblici nel settore della depurazione delle acque per far sì che fossero aggiudicate a Lico e Restuccia.
Nei confronti di Basile viene ipotizzato il reato di concussione perché, secondo l'accusa, avrebbe fatto eseguire ispezioni «indebite» nello stabilimento Giacinto Callipo conserve alimentari di Vibo Valentia allo scopo di «punire» l'amministratore unico della società, Pippo Callipo, all'epoca presidente degli industriali calabresi, per alcune sue critiche alla Giunta regionale di centrodestra in carica nel 2004. È stato un episodio, ha commentato Callipo, «che ha inciso molto nella mia vita personale e in quella dei dipendenti delle mie aziende. Ho capito quanto la politica in Calabria, fatte le debite eccezioni, sia marcia». Adesso gli indagati avranno 20 giorni di tempo per chiedere di essere interrogati o per presentare memorie difensive. Subito dopo i magistrati decideranno l'eventuale richiesta di rinvio a giudizio.
Il lavoro della Procura catanzarese, tuttavia non è concluso. L'inchiesta, avviata nel 2005 dall'ex pm Luigi de Magistris, adesso europarlamentare di Idv, al quale fu revocata dall'allora procuratore Mariano Lombardi perché il suo sostituto inviò un'informazione di garanzia al senatore Giancarlo Pittelli senza informarlo, vede un centinaio di indagati. Restano aperte, quindi, numerose posizioni. Per queste, la Procura di Catanzaro potrebbe decidere di chiedere l'archiviazione o lo stralcio, come è già successo per il segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa. Gli atti che lo riguardano, infatti, sono stati trasmessi a Roma nei mesi scorsi per competenza territoriale.

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