Garlasco, come ti costruisco un mostro da prima pagina

La fenomenologia del colpevole perfetto prende forma in una manciata di ore, tra il primo pomeriggio del 13 agosto 2007 e la sera del giorno successivo, 14 agosto. Perché a Garlasco - subito dopo la telefonata al 118, quella in cui Alberto Stasi commette il primo dei suoi errori, non mettendosi a balbettare e singhiozzare in modo convulso ma limitandosi a raccontare che in via Pascoli c’è una ragazza uccisa - accadono due cose decisive. La prima è che arrivano i carabinieri e si convincono immediatamente che quel biondino non la racconta giusta: come in molte indagini per omicidio, questo primo impatto indirizzerà tutte le fasi successive in modo quasi immutabile.
La seconda è che nel paesone piomba la carovana dei media. Mancano due giorni a Ferragosto, ma a Garlasco sembra di essere a Hollywood la notte degli Oscar. I carabinieri di Vigevano, catapultati alla ribalta, assediati da telecamere e taccuini, con i telefonini roventi, non si fanno pregare. Prima di sera, tutti sanno che a trovare Chiara Poggi è stato il fidanzato. Il nome di Alberto Stasi diventa di pubblico dominio in un batter d’occhio. E appena il giovanotto viene rintracciato dai media, si scopre subito che ha la faccia del perfetto colpevole. È troppo pallido, troppo biondo, con le iridi troppo chiare. Soprattutto, piange troppo poco. Anzi, non piange affatto. E qualcuno sussurra immediatamente al cronista amico: «Io terrei d’occhio il fidanzato». Per Alberto, è l’inizio della fine. Stretto nella morsa d’acciaio tra investigatori e mezzi di informazione, il fidanzato della vittima - 24 anni, bocconiano, famiglia più che benestante - viene offerto in pasto all’opinione pubblica.
Il 14 agosto, qualcuno dall’interno dell’indagine spiffera ad un paio di cronisti: «C’è una traccia, l’impronta di una scarpa. Abbiamo sequestrato le scarpe di Alberto». L’impronta di Alberto si scoprirà poi che non c’è affatto, anzi, proprio la mancanza di macchie di sangue sulle scarpe diverrà paradossalmente la principale prova a carico di Stasi. Ma nelle ore convulse delle messe in onda non ci vuole altro per dare la conferma che nel mirino c’è lui, quel ragazzo dagli occhi troppo asciutti. Stasi assume un ruolo che nel codice non esiste ma nella realtà sì: quello dell’«indagato sussurrato». Non ci sono (ancora) provvedimenti contro di lui, ma il circo dei media sa già che è lì che si va a parare, e nei reportage si fa a gara a chi fa l’allusione più esplicita. Come a Cogne. O come ad Erba, dove Olindo e Rosa si trovavano sotto casa le troupe che chiedevano senza giri di parole, «Ma è vero che siete voi gli assassini?».
Qui Alberto fa il secondo sbaglio. Invece di abbozzare con i giornalisti, di cercare di tenerseli buoni, almeno di rispondere qualche volta al cellulare, alza un muro. Gli basta poco per capire di essere nel mirino. Le uniche parole che gli scappano di bocca, «Fate schifo, fate schifo», durante i funerali di Chiara peggiorano definitivamente la situazione. I giornalisti non amano sentirsi dire cose del genere. E tirano le conseguenze, soprattutto se dall’altra parte ci sono degli inquirenti che continuano a dire: «Lo stiamo per incastrare».
Quando, il 20 agosto, arriva davvero l’avviso di garanzia per omicidio i giornalisti sanno già tutto. Sanno che le scarpe di Alberto non portano macchie di sangue (e questo resterà la prova regina fin quando - due anni più tardi - un perito non farà la sconvolgente rivelazione che in mezz’ora il sangue umano si secca e non lascia più segni). Sanno, incredibilmente, anche quello che nessuno può sapere, e cioè che la sera prima del delitto Chiara e Albero hanno litigato: «Difficile non credere che non ci sia stata una lite tra i due, visto che ognuno di loro decide di trascorrere la notte in casa propria», scrive un quotidiano.
Davanti all’avviso di garanzia, Alberto commette l’ultimo errore: sceglie un avvocato difensore, Giovanni Lucido, che non ha mai visto una telecamera in vita sua. Nelle grinfie dei media, Lucido viene trasformato in una sorta di macchietta. Una linea difensiva non c’è, ma anche se ci fosse verrebbe tritata nella macchina dell’esposizione mediatica. E poi c’è lui, Alberto, che continua a non piangere, a non strapparsi i capelli, e che quando i cronisti lo arpionano e gli chiedono «come va» risponde brusco «ma come volete che vada». Insomma, si fa del male da solo. E viene ripagato, qualcuno soffia ai giornali che c’è una sua macchia di sangue sulla maglietta della ragazza uccisa, un’altra sul divano: sono balle, ma servono a preparare il clima. Quando Stasi viene arrestato il 24 settembre, a festeggiare non sono solo i pochi esagitati davanti alla caserma dei carabinieri, ma anche detective e cronisti. Viste le premesse, c’è quasi da stupirsi che il Colpevole Perfetto ora forse ne possa uscire vivo.