Cronache

Il caso-India di cui nessuno parla

"Tommy", un giovane di Albenga condannato all'ergastolo senza prove, non ha mai potuto telefonare ai familiari

(...) Per le autorità locali, Bruno e l'amica e connazionale Elisabetta Boncompagni (anche lei in cella), da sempre professatisi innocenti, sarebbero i responsabili della morte di Francesco Montis, amico di entrambi, deceduto il 4 febbraio 2010 nella stanza di un albergo in circostanze ancora da chiarire. A nulla sono serviti gli sforzi compiuti fin dal primo giorno dai diretti interessati, dai legali in Italia e in India, dai familiari, dagli amici e dalle istituzioni, per dimostrare l'innocenza dei due ragazzi - sostenuta dai genitori dello stesso Montis - ma anche per chiedere, con tutti i riguardi e la sensibilità del caso, un giusto processo.

Lo stesso vale per le lacune emerse nella ricostruzione dei fatti avvenuti da parte delle autorità indiane: nonostante l'assenza di prove certe e la presenza di una controperizia che ha letteralmente smontato la tesi dell'accusa, constatando la morte del giovane per asfissia e non per strangolamento, e nonostante un processo al limite del kafkiano tra udienze rimandate più volte per le motivazioni più assurde - ferie del giudice, sciopero del pm, motivi religiosi - e contraddizioni dell'impianto accusatorio, Tomaso ed Elisabetta, da quasi 1200 giorni dietro le sbarre a quasi novemila chilometri di distanza da casa, sono stati condannati all'ergastolo.

Nessun rimpatrio. Nessuna cauzione. Nemmeno la possibilità di telefonare in Italia. Una sentenza durissima, per i due giovani, la cui vicenda, seppur assai differente, è indirettamente legata a quella dei marò, che dovranno essere processati. In attesa degli esiti dell'ennesimo ricorso, la triste e angosciante storia di Tommy ha messo in risalto tutti i limiti di un sistema giudiziario. Un sistema che fa quasi rimpiangere quello italiano, non certo perfetto. Un sistema al quale il governo Monti, è bene ricordarlo, ha affidato le sorti dei due marò.

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