Ecco come Fincantieri passa dal funerale alla resurrezione

(...) E cioè che, grazie anche alle politiche di marketing particolarmente aggressive, le prenotazioni sono ripartite. Tanto che, dopo il crollo dei mesi immediatamente successivi al dramma del Giglio, ora i numeri hanno addirittura un segno positivo.
La seconda parte della storia è quella relativa non a chi quelle navi le vende, cioè Costa, ma a chi le fa, vale a dire Fincantieri. E anche qui occorre partire dalla storia come era stata raccontata nei mesi scorsi: con lo stabilimento di Sestri Ponente (e a un certo punto anche quello di Riva Trigoso) ad un passo dalla chiusura; con la sopraelevata bloccata dalle manifestazioni; con le polemiche sul management; con i sindacati pronti a bloccare l’ultima nave nel cantiere, sequestrandola, ed esponendo l’azienda al rischio di pesantissime penali.
Insomma, una follia dietro l’altra, con la follia nella follia che la stragrande maggioranza delle istituzioni appoggiavano questa roba. Marta Vincenzi alla guida dei rivoltosi che bloccavano il traffico; persone assolutamente perbene e moderate come Giorgio Guerello sui binari, sia pure a modo suo, in punta di piedi, senza disturbare e con educazione; rappresentanti di Comune, Provincia e Regione al tavolo della presidenza di assemblee «illegali» in fabbrica e la Fiom nazionale a dettar legge; un altrimenti capace (e su qualche partita anche ottimo, al netto di nostre polemiche storiche) presidente del Porto come Luigi Merlo che minacciava il ritiro della concessione degli spazi allo stabilimento cantieristico...
Come al solito, con l’unica, parziale eccezione di Claudio Burlando, uno dei pochi a lavorare sottotraccia portando a casa risultati, piuttosto che fare proclami salvifici e urlare. Al limite manda qualche tweet tramite la portavoce Anna Costantini, come se fossero Bonnie e Clyde dei cinguettii. È una differenza mica da poco e vale la pena di sottolinearla, soprattutto perché è distonica con una sinistra genovese e ligure che, persino nei suoi quadri più giovani, ragiona spesso a botte di demagogia, piuttosto che della ricerca di risultati.
Poi, un po’ alla volta - grazie anche alle battaglie politiche e sindacali, ma come sempre più a quelle riformiste che a quelle massimaliste - si è cominciata a scrivere un’altra storia. Ad esempio, abbiamo visto una Fiom diversa, rappresentata a Genova da Lotta Comunista, che si chiama così, ma punta a portare a casa il risultato. Basta guardare, anche fra i camalli, il console Antonio Benvenuti che porta avanti discorsi autenticamente liberali. Lui la prenderà come un mezzo insulto o una bestemmia, ma è così.
Quindi, un po’ alla volta, grazie al senso di responsabilità di tutti, il clima è cambiato. E la politica dell’azienda - tanto criticata, anche ingiustamente, ma uscita pulita anche da ogni schizzo di fango - si è palesata per quello che in realtà era: un movimento sottotraccia per assicurare un futuro a tutti. L’amministratore delegato Giuseppe Bono aveva dato la sua parola che nessuno sarebbe stato licenziato. E così è stato. E, credetemi, mantenere la parola su queste promesse, è cosa rara.
Vedete, Bono è una specie di Jessica Rabbit. Non è così cattivo come lo dipingono. Certo, il fisico non è propriamente slanciato e il suo eloquio è al peperoncino e non risparmia nessuno. Lo staff della comunicazione di Fincantieri - l’ottimo Antonio Autorino e i suoi dioscuri Marco Cappeddu e Laura Calzolari, quasi una coppia di fatto dei comunicati stampa della cantieristica - quando Bono apre bocca, lo guarda con apprensione. Ma lui, il «ceo», l’amministratore delegato, riesce a sorprenderli ogni volta.
E ogni volta tira fuori dal cilindro soluzioni nuove, che danno la speranza di un futuro a Fincantieri, in un mondo globalizzato dove la cantieristica rischia di morire, strangolata da cinesi e coreani. Ma, nonostante questo, i cantieri italiani sono vivi e lottano insieme a noi. Ad esempio, con il varo delle navi Costa. Il numero uno Pierluigi Foschi, quando gli ho chiesto se Carnival avrebbe portato nuovi ordini a Fincantieri, ha sorriso e ha detto: «È molto meglio se ne parla con Bono». Facendo capire che gli ordini ci saranno, ma che molto dipenderà dalle trattative sul prezzo.
E, proprio a partire da Fascinosa, Bono ha spiegato: «È la testimonianza concreta del cammino compiuto e dei risultati raggiunti, nonostante i momenti difficili, da due grandi realtà del nostro Paese, che insieme contribuiscono a diffondere l’immagine del made in Italy nel mondo. Siamo lieti di aver concorso al successo di Costa, azienda italiana le cui navi battono con orgoglio bandiera italiana, una compagnia cresciuta fino a diventare la numero uno del comparto in Europa, mentre noi di pari passo consolidavamo le nostre leadership. La collaborazione tra le due nostre società, infatti, dimostra come l’industria italiana sappia far sistema, fino a raggiungere una qualità che non ha eguali. Solo così potremo assicurare un futuro a due settori strategici come la cantieristica e il turismo».
Mica finita. Appena i mastini lo mollano, Bono si lascia andare: «Questo Paese, quando vuole è imbattibile». E, dimenticando «guelfi e ghibellini» in azione su ogni partita italiana, l’amministratore delegato di Fincantieri, parla di «grandi progetti sull’off shore» e spiega di essere sul mercato internazionale. I primi segnali si sono visti con l’accordo dell’altro giorno con un’importante realtà del Nord Europa, ma il meglio deve ancora venire.
A Bono guizzano gli occhi quando spiega che occorre dimenticarsi i cantieri assistiti di una volta. E che non abbiamo a che fare «con un’azienda assistita delle vecchie Partecipazioni Statali». Anche perché dalle istituzioni italiane arriva solo il dieci per cento degli ordini. Il resto, invece, tutto dai mercati e, in particolare, dai mercati internazionali che potrebbero dare un futuro proprio a Sestri Ponente.
Dice il numero uno di Fincantieri: «Il Paese deve avere il coraggio di guardare il mondo, anziché fermarsi a guardare separatamente Sestri, Castellammare o Monfalcone». Davvero Bono.