L'11 settembre di una città in simbiosi con il suo porto

(...) attenuante e mestieri dove ti volti e già non ci sei più.
Oltrepassare il varco che dalla Genova civile ti ammette nella Genova portuale è essere già per mare. Significa superare la linea d'ombra della «razza di chi rimane a terra», accettare di entrare in un mondo altro, quasi mitologico, dove esistono i giganti e i mostri marini, dove ancora vige la pena di morte. Senza processo. Senza perché. Senza colpe.
Finite le medie mi iscrissi al liceo. I miei drammi erano il greco e il latino. I miei pianti erano per i brutti voti.
Finite le medie il mio compagno di scuola s'imbarco per mare. In qualche porto lontano un cavo si spezzò e lo tranciò in due. Toccò al parroco informare la famiglia. I giornali riportarono un trafiletto. Io smisi di piangere per i miei quattro di greco.
Genova è tutta porto. Non c'è famiglia che non abbia un parente che vi lavora. Famiglie i cui nomi sono dipinti sulle fiancate delle navi e famiglie che rimpiangono i tempi in cui le merci viaggiavano alla rinfusa perché qualcosa da portare a casa c'era sempre.
Il porto visto dall'alto adesso è immobile, una spianata azzurra. Per questo Genova è silenziosa. Genova sa che in quella torre ognuno aveva suo padre, suo figlio, il suo uomo.
E il senso di Genova è tutto lì, nel suo Porto. Il codice per decifrarne il carattere, la conformazione fisica è lì. Il resto sono orpelli, strade e palazzi che, con pudore, non ostentano nulla. Di lavoro, di commercio, si parla nello scagno, sul Porto.
E il Porto è la Cultura di Genova. Il mare è da sempre, dai tempi di Omero, la grande rete di comunicazione: insieme alle merci, navigano le storie, le lingue, le mode, i cibi.
Genova non è solo quella striscia di terra di Liguria che abbraccia il Porto. Genova è l'insieme delle rotte che dal suo Porto si dipanano. Genova è il Mar Nero e l'Argentina contemporaneamente. Sud Africa e Singapore.
Genova è telescriventi, fax e web operosi nella notte, non è l'i-pad laccato da mostrare all'ora dell'aperitivo.
Genova è quel rumore sordo che dal Porto sale verso la collina nelle notti di scirocco. E la Città riposa sapendo che il suo cuore continua a pulsare, container dopo container, pilotina dopo pilotina, sirena dopo sirena. Un giorno, guardando Genova dal Righi ebbi un pensiero: un teatro che racconti Genova non può che essere una nave. Una nave che da Genova parte, che è una costola di Genova incastrata tra moli e palazzi e che si allontana portando con sé tutto ciò che le navi hanno sempre portato arrivando o partendo: storie, uomini, merci.
Convinsi due amici e maestri, Tonino Conte e Antonello Pischedda, ad affrontare questa follia. Partimmo alla ricerca di una nave, incontrammo broker, armatori, comandanti e marinai. Navigammo tra i relitti ancorati al Pireo, tra porti europei e porti italiani e alla fine a Reggio Calabria trovammo la «nostra» nave.
Destreggiandoci tra contratti che evocavano i pirati, gli atti di Dio, la baratteria del comandante o dell'equipaggio, tra bunker, assicurazioni e Registro Navale diventammo «armatori disponenti» e alla fine ottenemmo il permesso d'aprire i portelloni e dare inizio allo spettacolo.
Indi salpammo, toccando sette porti da Genova a Palermo.
Ovunque arrivassimo presentavamo i documenti rilasciati dalla Capitaneria di Porto di Genova e ovunque la risposta era identica: «se Genova ha dato il permesso va bene anche per noi». Capimmo che la Capitaneria di Porto di Genova faceva scuola. Eravamo orgogliosi della nostra Genova.
Il Porto è Cultura: è un diaframma poetico, penso a Sbarbaro ora, oltre il quale immaginare la propria vita, la vita che non ci è data ma che avremmo voluto: «Quante volte guardai come uno scampo/ i bastimenti ch'escono dal porto! / New York, Calcutta, Londra: nomi immensi. / Perdermi là sognavo, essere un altro, / dimenticarmi sino del mio nome».
Non credo ci possa essere una rinascita di Genova che non passi dal suo Porto.
Ma questo domani, oggi il Porto è dolore. E per quello non ci sono parole.
* regista

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