È ora di dire «no» al partito che dice sempre «no» a tutto

(...) Alla discussione - che culminerà in una specie di dibattito pubblico che stiamo organizzando insieme a Matteo Rosso e Gianni Plinio, stavolta su barriere opposte del dibattito, ma non della passione - hanno già partecipato e parteciperanno in questi giorni, i nostri Diego Pistacchi, Federico Casabella e Vittorio Sirianni e poi tanti cari amici e lettori: lo stesso Plinio, Andrea Cevasco, Donatella Mascia, Gian Luca Fois, Roberta Bartolini, Marco Marchionni, Giulio Tesi e Mario Lauro, oltre a me che, per non farmi mancare niente, ho già scritto due volte, citando addirittura il discorso programmatico di Enrico Letta.
Ma, battute a parte, sono davvero convinto che quella dello stadio sia forse l'ultima partita della vita per Genova e che, così come sul Terzo Valico e sulla Gronda, non sia possibile continuare con la politica dei no o con la sindrome del Nimby. Ovunque, ma non nel mio giardino. È dai tempi in cui Claudio Burlando (che invece ebbe la geniale intuizione dell'Acquario) disse di no alla bretella Voltri-Rivarolo - che ci avrebbe risparmiato vent'anni di discussioni, tanto è vero che oggi il presidente della Regione è il più grande fautore delle grandi opere che possono fare respirare finalmente la nostra città - che comitati e comitatini del «no a tutto» ingessano Genova e la condannano alla morte. E il risultato elettorale del MoVimento Cinque Stelle, quasi il doppio di quello ottenuto in Lombardia, tanto per dire, rischia di consolidare questa tendenza al suicidio.
Sono gli stessi che, ad esempio, bocciarono l'idea di Duccio Garrone di fare Eurodisney a Cornigliano al posto delle acciaierie che, se si fosse realizzata, ci avrebbe permesso di raccontare oggi un'altra storia. Sono gli stessi che si opposero al progetto di rifare il Lido, la migliore idea di Marta Vincenzi, una delle poche forse, che avrebbe trasformato corso Italia in un'angolo di Costa Azzurra e della promenade des Anglais. Ma, ovviamente, anche stavolta, non se ne fece nulla. E lì, al posto di Nizza, c'è un autolavaggio che non passerà alla storia per il suo valore architettonico. Con tutto il rispetto per gli autolavaggio e con molto meno rispetto per chi permette una cosa simile.
Insomma, il «partito del no» è quello che uccide Genova, che la uccide in continuazione. E rischia di ucciderla anche sulla questione stadio. Che è la vita della città, lo ripeto. Oltre - ma qui è quasi un particolare, seppure importantissimo - ad essere la vita della Sampdoria. Credo che sia chiaro a tutti che la famiglia Garrone - che ha già messo 250 milioni nella società fino ad oggi - abbia diritto di pensare a realizzare anche qualche utile (o, magari, a perdere meno) con il calcio. E, quindi, se ritiene, a torto o a ragione, che lo stadio possa fare profitti per migliorare i conti blucerchiati, è sacrosanto che provi a farlo. Senza stadio, chiaramente, il rischio concreto è che i Garrone dicano: «Sapete cosa facciamo? Vi diamo la squadra e ve la gestite voi».
Ma, per l'appunto, la partita calcistica in questo momento è in fondo alle priorità. Anche perchè il problema principale della Samp oggi è quello di dare un gioco decente alla squadra di Delio Rossi, ipotesi forse più difficile da realizzare della costruzione del nuovo stadio.
E quindi torniamo alla città. Ma anche alla Foce e a Carignano che sarebbero i quartieri su cui lo stadio avrebbe maggior impatto, inutile nasconderselo. Ma il punto è uno è uno solo: occorre ribaltare il punto di vista e pensare che l'impatto potrebbe essere positivo, migliorando quartieri che stanno già pagando troppo pesantemente il degrado, anzichè peggiorarli.
Questo è il segreto. Ribaltare il punto di vista. Pensare positivo. Pensare ai vantaggi che potrebbero avere i quartieri, chiedendo investimenti, arredo urbano e decoro. In piccolo, è la storia della variante di valico dell'autostrada del sole. Nessuno, inizialmente, la voleva. Poi, i paesi dove è passata, sono stati ricoperti d'oro e oggi sono i più felici di Emilia e Toscana. Chiamatele compensazioni (non quelle per la Samp, lì il discorso è diverso), chiamateli in qualche modo oneri di urbanizzazione. Ma è chiaro che Foce e Carignano vanno in qualche modo risarciti. Capendo che lo stadio è un'opportunità, non un problema.
Insomma, usciamo dal «maniman» e pensiamo in grande, pensiamo al futuro. E i politici ragionino pure loro in grande. Guidando la propria gente, non seguendo chi urla di più.

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