Il racconto di Enrico Mattei, simbolo dell'Italia migliore

(...) l'ho ancora visto, dato che finora ha avuto solo una replica, dopo la prima assoluta di Ravenna, e concluderà il suo mini-tour in giro per l'Italia a Viggiano, in provincia di Potenza, in una delle terre in cui l'opera dell'Eni fu più importante.
Eppure, anche se non l'ho visto, già mi piace. O, meglio, me la sento di consigliarvelo. Per due motivi. Il primo è il nome e l'interprete del monologo, Antonello Piroso, giunto ormai alla sua terza vita professionale. La prima, quella da giornalista, è probabilmente anche la meno interessante. Poi, quella televisiva, prima come direttore del tg de La 7 e quindi come conduttore di trasmissioni come Niente di personale, dove oltre a parlare, cosa che c'è in quasi tutta la televisione, spesso si diceva anche, il che è molto più raro. E, infine, la terza vita di Antonello, quella a mio parere più significativa: quella di affabulatore, di narratore, di monologhista. Uomo di «teatro civile», pur non essendo un attore. Narratore di storia, pur non essendo uno storico. C'è anche un precedente, ed è il bellissimo monologo dedicato ad Enzo Tortora: la passione, il cuore, il sudore, il sangue messi da Piroso nel raccontare quello che è e resta uno dei più grandi scandali dell'Italia del dopoguerra - simbolico di decine di migliaia di drammi e di ingiustizie personali - sono davvero qualcosa che tocca da vicino. Con anche una ricercatezza e una bellezza narrativa che accomuna Antonello ai grandi dell'arte della narrazione, da Marco Baliani a Marco Paolini. Con la differenza che Piroso fa (farebbe) un altro mestiere.
Fin qui, l'interprete, ottimo. E poi c'è l'«interpretato», che è un grande: Enrico Mattei, un uomo che ha fatto grande l'Italia, un uomo di un'altra Italia che ci manca sempre più e che l'Eni, giustamente, non si stanca mai di celebrare con il rilievo e l'onore che si deve ai fondatori, ai padri ed ai grandi. E Mattei fu tutte e tre le cose insieme.
E allora, ecco lì il monologo di oggi pomeriggio di Piroso che parte più dal privato che dal pubblico, raccontando di un uomo che amava le sfide. E che, sfida dopo sfida, ha saputo affrontare le Sette Sorelle del petrolio e iscrivere un'Italia uscita a pezzi dalla guerra nel libro delle grandi del mondo. Forte e orgogliosa della sua forza, senza sudditanze.
Soprattutto, credo che raccontare Enrico Mattei sia anche raccontare un'Italia più bella. Che puntava alla crescita e non alla decrescita (e stendiamo un velo pietoso su quanto possa essere felice la decrescita). Che, ad esempio, per quanto riguarda l'Eni, non metteva sulla graticola il suo presidente - un ottimo presidente come Paolo Scaroni, peraltro - «colpevole» di aver fatto ottenere commesse e lavoro all'estero alla sua azienda. Ecco, in fondo, raccontare Enrico Mattei è raccontare quell'Italia lì. Che sono troppo giovane per aver vissuto, ma che ho studiato a fondo e che invidio profondamente.
E fra l'altro, anche incosapevolmente, questo racconto si inserisce in un percorso in cui, negli ultimi anni, a Genova, si è parlato spessissimo di Eni e di Enrico Mattei. Penso, ad esempio, alla mostra Il cane a sei zampe allestita in occasione del Festival della Scienza, splendido viaggio attraverso un mondo a parte, un bel mondo, che va da Metanopoli a San Donato Milanese al design delle pompe di benzina, dai motel al grande giornalismo di Italo Pietra al Giorno, dalla Supercortemaggiore alla collaborazione fra gli intellettuali e la holding, diversa ma complementare rispetto alla lezione di Adriano Olivetti.
E poi, fra l'altro, la storia dell'Eni - anche quella più drammatica, raccontata nell'inquietante e divertente Suicidi? di Bebo Storti andato in scena al Modena - si è intrecciata spesso negli ultimi anni a Genova con quella di Pier Paolo Pasolini, in particolare quello di Petrolio e del giallo del capitolo scomparso Lampi sull'Eni. E anche PPP (così come pure Giorgio Gaber, in questa specie di gioco ad incastri con mondi diversi che si toccano) è tornato spessissimo sia all'Archivolto che allo Stabile, con il bellissimo percorso di Giorgio Gallione, e con Il signore del cane nero, Mattei e Pasolini secondo la lettura di Gabriele Vacis e Laura Curino, ma anche con il pessimo spettacolo di Andrea Liberovici su Raul Gardini, qualcosa di veramente brutto. Insomma - quasi senza accorgersene, anzi, certamente senza accorgersene - Genova ha messo in piedi un vero percorso narrativo su queste storie.
Al termine del percorso, grazie all'Eni e a Piroso, arriva - cito le note ufficiali dello spettacolo - «il ritratto inedito di un uomo che, in un momento cruciale per la storia del nostro Paese fu in grado di costruire un futuro che molti non riuscivano nemmeno ad immaginare». E la chiave sta tutta lì: non perdere la voglia e la capacità di sognare.
Trattandosi di un monologo, trattandosi di Antonello che si piace e piace moltissimo alle donne, al centro dello spettacolo ci saranno lui e le sue parole. E quindi la scena sarà essenziale e semplicissima. Eppure parlante: al centro un tavolo giallo con sei gambe sagomate, una lampada rossa che simboleggia la nascita dell'Ente Nazionale Idrocarburi (da cui nasce l'acronimo Eni), un erogatore di benzina dell'Agip degli anni Cinquanta e uno schermo su cui verranno proiettati contributi fotografici e video, alcuni inediti, vere e proprie chicche dell'archivio storico dell'Eni. Insomma, non l'ho (ancora) visto, ma già mi piace. L'appuntamento è per stasera alle 18. Per una presumibilmente ottima prova di affabulazione, ma soprattutto per un fermo immagine sull'Italia più bella. Con l'obiettivo di raccontare il passato per ridarci un futuro (anche se il titolo è diverso).
Passaparola.

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