Georg Ratzinger: "Io e il Papaguardiamo sempre Rex in tv"

In un libro, monsignor Georg Ratzinger racconta la vita col Pontefice: il nazismo, l’affetto, la passione per i cani. E quella battuta profetica...

San Francesco aveva il lupo, Joseph e Georg molto più umilmente si accontentano di Rex. Divano, telecomando, coperta sulle ginocchia, e via la sigla: il Papa e suo fratello, se possono, non si perdono una puntata del commissario a quattro zampe più famoso e tedesco del mondo. «Eravamo abituati a guardare insieme il commissario Rex perché ci piacciono molto i cani. Conosciamo anche il proprietario del pastore tedesco, il signor Helmut Brossmann, che vive vicino a Ratisbona». È Monsignor Georg che racconta. Ricordi di due fratelli come tanti, uniti da un grande affetto, una famiglia devota, padre commissario di polizia, mamma casalinga, ex cuoca. Fuori la Germania peggiore, gli anni della gioventù hitleriana, l’iscrizione in blocco dei ragazzi. La paura. «Non c’era libertà di scelta e il non presentarsi avrebbe avuto certamente delle conseguenze negative. Mio fratello però non frequentava questi raduni e non si presentava agli appelli. E per questo non beneficiò più dello sconto sulle tasse scolastiche».

Georg racconta di una angoscia sofferta in silenzio, la peggiore. «Nostro padre considerava Hitler l’anticristo. Sin dall’inizio è stato un grande oppositore del nazismo. Capì subito che il nazionalsocialismo sarebbe stato una catastrofe e che non era solo un grande nemico della Chiesa ma più in generale di ogni fede e di ogni vita umana, ma per non mettere completamente a rischio la nostra famiglia, consigliò la mamma di aderire all’organizzazione delle donne». È un ritratto inedito, intimo, quello che esce da My brother the Pope, il libro di memorie di Georg Ratzinger, fratello maggiore di Joseph, teologo, catapultato, suo malgrado, il 19 aprile 2005, sul soglio di San Pietro. Il volume uscirà a marzo negli Stati Uniti dalla Ignatius Press, a settembre in Germania da Herbig Verlag. Georg naturalmente continua a chiamarlo «Joseph; sennò mi sembrerebbe innaturale».
Il Monsignore risponde a decine di domande del giornalista storico tedesco Michael Hesemann, che ha lavorato con lui molte ore. Ne escono dettagli di una giornata da Papa: «Prima di ogni udienza si prepara sugli argomenti in questione e il martedì si esercita nel pronunciare i saluti nelle diverse lingue dell’udienza generale: vuole evitare errori e vuole essere capito correttamente». Insieme ricordano, scrivono. Anche di quel giorno, il 29 giugno 1951, quando i due fratelli furono ordinati sacerdoti insieme. Le emozioni, le sensazioni. Il senso di una vita. Da allora non è cambiato nulla, hanno continuato a condividere molto tempo. Le vacanze, per esempio, sempre insieme, per parlare, per fare bilanci ma anche per guardare in avanti. Le telefonate praticamente ogni giorno che affonda le radici in una famiglia tradizionalissima.

«Eravamo una famiglia molto unita -racconta Georg- Nostro padre era commissario di polizia, proveniva da un’antica famiglia di agricoltori della Bassa Baviera. Mia madre era figlia di artigiani, e prima di sposarsi aveva lavorato come cuoca. Si faceva colazione a casa. Poi ci si vedeva di nuovo a pranzo. Secondo la tradizione bavarese mangiavamo prima una zuppa e poi il piatto principale. Poi si cenava insieme. All’epoca non c’erano né radio né Tv e la sera nostro padre suonava la cetra e cantava canzoni. Poi si andava presto al letto». Poi un aneddoto dal potere quasi profetico. «Nel 1931 un cardinale venne a visitare la nostra cittadina e arrivò a bordo di una limousine nera. Joseph che aveva solo 4 anni esclamò: un giorno sarò cardinale». Destino?

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