Il giallo dell’ereditiera che salva dal carcere il leader bosniaco

Non è durato molto il soggiorno nei carceri londinesi per Ejup Ganic, ex membro della presidenza bosniaca e leader musulmano nel Paese balcanico. Arrestato a inizio mese all’aeroporto di Heathrow dopo l’emissione di un mandato d’arresto internazionale da parte della Serbia, il politico è riuscito a uscire dalle prigioni della Regina grazie a una danarosa sostenitrice che, senza battere ciglio, ha pagato le 300mila sterline (al cambio attuale all’incirca 350mila euro) che il giudice aveva stabilito come cauzione dopo avergli rifiutato la libertà provvisoria per paura di una fuga.
E mentre i serbi infuriati pensano a uno sgarbo nei loro confronti, Ganic ringrazia Diana Jenkins, secondo alcuni giornali inglesi. O meglio, Sanela Dijana Catic, una ragazza nata 36 anni fa a Sarajevo e scappata dalle macerie della guerra civile che ha distrutto l’ex Jugoslavia a piedi, per arrivare a Londra apparentemente con poche prospettive, visto che non aveva nessun contatto e non parlava nemmeno l’inglese. Di certo, però, aveva almeno tanta determinazione quanta bellezza: la prima gli è servita per affrontare la metropoli britannica vivendo di lavoretti e studiando la lingua; la seconda l’ha aiutata quando, durante una lezione, ha conosciuto un banchiere prestato all’insegnamento. E non un banchiere qualunque, quanto piuttosto un superbanchiere come se ne trovano soltanto nella City: Roger Jenkins. Che, senza pensarci troppo, l’ha sposata. E, caso del destino, questo matrimonio ha aiutato lei ma anche lui visto che proprio attraverso la moglie, che in vacanza aveva legato - da musulmana a musulmana - con la consorte dello sceicco del Qatar, ha ottenuto dal potente magnate arabo un prestito da sette miliardi che è stato come ossigeno per le casse della Barclays durante la crisi finanziaria. E così la 36enne, che ora ha lasciato Londra per le più rilassanti spiagge californiane di Malibù, non ci ha pensato molto: non è ancora una certezza, ma secondo la stampa inglese sarebbe stata lei a preparare un assegno per Ganic (anche se altri fanno il nome della Thatcher). Che, come ci tiene a precisare, «non ha mai conosciuto personalmente»; piuttosto il suo è stato il desiderio di evitare «un’ingiustizia». O almeno la volontà di concedere a Ganic, che della Bosnia è stato prima vicepresidente e poi presidente, la possibilità di difendersi da uomo libero dalle accuse che arrivano da Belgrado, con i serbi che lo accusano di essere responsabile di un famoso incidente avvenuto durante i 44 mesi di assedio di Sarajevo. Nel 1992, quando le truppe di Slobodan Milosevic circondavano la «Gerusalemme dei Balcani», Alija Izetbegovic, che era il leader dei bosniaci, era stato catturato mentre rientrava da un colloquio di pace in Portogallo e preso in ostaggio; per ripicca i bosniaci circondarono la più grande caserma serba nella loro zona di Sarajevo. Alla fine di un negoziato mediato dalle Nazioni Unite, le due parti si erano accordate affinché tutti gli ostaggi fossero liberati simultaneamente, ma mentre Izetbegovic era rilasciato, il convoglio serbo fu attaccato causando la morte di 40 militari. Morte di cui i serbi accusano proprio Ganic, che all’epoca era il vice del leader bosniaco-musulmano e che aveva condotto il negoziato.
Fin qui potrebbe sembrare una storia di odio balcanico quasi ordinaria, ma Ganic in realtà è già stato indagato dal tribunale speciale dell’Aia, che però disse che non c’era stato nessun crimine. «Che Ganic sia arrestato per un crimine che secondo il Tribuna dell’Aia non sussiste è uno scandalo - ha tuonato la sua benefattrice - Ora potrà contrastare queste accuse ridicole da uomo libero». Sfruttando, va da sé, non soltanto l’appoggio che gli arriva dal Paese natale, il cui presidente Haris Silajdzic, in un faccia a faccia con il ministro degli Esteri britannico David Miliband, aveva già chiesto il rilascio e protestato per un arresto «irriguardoso», forte anche della pressione esercitata dai manifestanti fuori dall’ambasciata britannica a Sarajevo.

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