La giornalista liberata contro la sua volontà

È durata solo un giorno la prigionia di Lubna Hussein, la giornalista sudanese incarcerata perché indossava pantaloni che una corte islamica del suo Paese aveva giudicato «indecenti». L’unione dei giornalisti sudanesi ha infatti pagato la multa di 200 dollari cui era stata condannata e che lei aveva rifiutato di pagare, scegliendo di andare invece in prigione per un mese allo scopo di lanciare una sfida alla legittimità del suo processo.
«Abbiamo pagato noi la multa» ha dichiarato il presidente Moheddin Titawi, presidente dell’Unione dei giornalisti sudanesi. Lubna Hussein è parsa seccata dall’iniziativa del gruppo: «Sono venuti pochi minuti fa in prigione e mi hanno detto che potevo andarmene. Non so il perché. Non sono felice. Avevo detto a tutti i miei amici e alla mia famiglia di non pagare la multa, ma sono stata liberata. Non sono felice anche perché ci sono più di 700 donne ancora in prigione che non hanno nessuno che paghi per loro». L’avvocato della giornalista ha detto di voler fare appello contro la sentenza di condanna.
Il presidente dell’Unione dei giornalisti sudanesi non ha spiegato perché la sua organizzazione abbia pagato la multa, ma molti giornalisti sudanesi sostengono che l’organizzazione di Moheddin Titawi abbia rapporti con il governo.
Molti attivisti dei diritti delle donne denunciano che le norme sulla «decenza» in Sudan sono assai vaghe e lasciano quindi ai singoli poliziotti ampia discrezione su che cosa possa essere legittimamente indossato. Lubna Hussein ha rischiato di subire la pena di 40 frustate per quei pantaloni «indecenti». Dieci delle donne che erano state arrestate con lei sono state frustate nello scorso luglio. La giornalista ha comunque deciso di lanciare una battaglia pubblica, posando davanti ai fotografi con pantaloni aderenti e chiedendo il sostegno dei media internazionali.
Lubna Hussein è la prima donna che ha il coraggio di respingere la legittimità della legge coranica in Sudan, un Paese dove moltissime donne prima di lei sono state condannate alla frusta per presunta indecenza nel vestire. La giornalista ha dichiarato di aver lasciato il proprio lavoro presso le Nazioni Unite proprio per potersi dedicare interamente al proprio caso, provare la sua innocenza e lanciare una sfida alla legge sulla decenza. Infatti, in un primo momento, sembrava che la corte sudanese non potesse procedere contro di lei in quanto era coperta da immunità internazionale, condizione poi venuta meno per sua scelta.