Ma è giusto che il governo possa criticare l’operato dei giudici

COSTITUZIONALISTI Invece i presunti garanti della Carta accusano il Cav dalle pagine di «Corriere» e «Repubblica»

L’uomo della strada è sconcertato e spaventato dall’ennesimo provvedimento della magistratura contro Silvio Berlusconi, la famiglia, la vita privata, il patrimonio: circa duemila comunicazioni giudiziarie in sedici anni, da quando è sceso in politica, circa una ogni tre giorni. Chi, oltre alle sensazioni, riflette, coglie come si sia raggiunto un tetto alla provocazione. Persino Luciano Violante, protagonista del tentativo di raddrizzare l’Italia per via giustizialista, avvisa come sia «necessario ristabilire lo stato di diritto attraverso le riforme». Persino Gerardo D’Ambrosio, uno dei generali di Mani pulite, invita le toghe a non sfidare il Parlamento.
Gli ultrà del giustizialismo insorgono contro quelli che sono stati i loro leader. Il Fatto scrive che Violante ordina e Alfano esegue, Gustavo Zagrebesky invita al «sospetto» verso le mosse di Violante. Reazioni scomposte contro i protagonisti della stagione più esacerbata della giustizia politicizzata, che dimostrano come si sia arrivati a una stretta. E in effetti una società aperta come quella italiana non può procedere con un sistema istituzionale così segnato da distorsioni. Alla fine i principi fondamentali di una democrazia moderna sono quelli semplici di Charles-Louis de Montesquieu, cioè la divisione di potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Questa divisione è stata in parte attenuata dalla Costituzione del 1947, approvata dopo una lunga dittatura, un terribile conflitto globale e pure fratricida, e in piena guerra fredda quando le tragedie appena passate parevano di nuovo incombere. I costituenti evitarono mirabilmente nuove tragedie, a prezzo però di limitare qualitativamente le facoltà di un esecutivo troppo dipendente dal legislativo. E nel contempo scelsero nell’emergenza il compromesso con la corporazione dei magistrati dando vita a un sistema anomalo per una democrazia liberale: con i giudici la cui carriera era incestuosamente intrecciata a quella degli inquirenti, mescolando così una funzione tipicamente «terza» con una inevitabilmente politica (scegliere di procedere in un senso o in un altro è squisitamente fare politica) e che quindi nel libero Occidente ha una legittimità derivata dal potere democratico.
Questa Costituzione nella fase di decollo dell’Italia dopo il 1947 è stata sospesa per circa un decennio in parti decisive (Corte costituzionale, Csm e Regioni), poi man mano che si è attuata compiutamente dagli anni ’60 in poi ha generato elementi di crisi istituzionale, terminati con l’uscita dagli argini di settori rilevanti della magistratura all’inizio degli anni ’90. Zagrebesky su la Repubblica sostiene, contro Violante, che oggi il problema sarebbe l’oligarchia instaurata da Berlusconi con il «conflitto di interessi». In realtà Berlusconi, certamente anche perché «ricco», è riuscito a impedire che l’Italia fosse conciata come il dibattito tra i «migliori» costituzionalisti: con Michele Ainis che sul Sole24Ore discetta con Zagrebesky editorialista di Stampa e Repubblica, e a loro risponde Vittorio Grevi sul Corriere della Sera, poi tutti e tre si ritrovano alla scuola politica di Libertà e giustizia di Carlo De Benedetti, per formare la nuova classe dirigente. Costituzionalisti unici, carriere unificate, pensiero unico: questo è il conflitto di idee e interessi che vogliono i giustizialisti. Per fortuna il mondo è entrato in Italia e restaurare ancien regime è quasi impossibile. Certo, se si riusciranno a fare le riforme necessarie.
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