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Governo

Brava, ma adesso guardi avanti. La sua fermezza porta risultati

La premier Meloni ha scelto il grande palcoscenico della storia senza dimenticare la patria. Il peso delle responsabilità e il coraggio di affrontare gli ostacoli, sempre in barba alla “politichetta”

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Il governo Meloni è da oggi il più longevo della storia della Repubblica: ha superato perfino il record del Berlusconi II, in un Paese che per decenni ha cambiato i governi come le camicie, uno ogni anno abbondante, e che considerava la precarietà una forma di igiene democratica. Mi risparmio però la cerimonia consueta: non mi metterò ad aspergere di acqua benedetta i ministri distribuendo voti e complimenti come un maestro elementare. Sarebbe fatica sprecata, perché mai un esecutivo si è identificato tanto con chi lo presiede: il merito del primato è di lei, Giorgia, e di lei sola. Del resto durare, di per sé, non è una virtù: durano anche i raffreddori. Conta il modo in cui si dura, e questo governo è durato senza sbandate, senza crisi di nervi, senza rimpasti. La qualità determinante di Giorgia ha un nome antico: fermezza. Non ha mai girato intorno alle questioni, non si è dispersa in chiacchiere, che pure dicevano essere una specialità femminile; mai ha parlato a vanvera, mai ha calcato le assi del teatrino della politichetta, nessun minuetto. Ha scelto il grande palcoscenico della storia, che implica anche badare minutamente all’economia domestica e alla pulizia di casa propria. Il suo essere giovane, e apparire tale pur caricandosi di responsabilità che avrebbero ucciso un elefante, il non avere mai evitato gli ostacoli né aggirati con il linguaggio dell’ideologia, il risolvere pragmaticamente i problemi uno per uno, hanno generato una simpatia che, complice la bella faccia limpida, si è tradotta in fiducia. E la fermezza ha pagato anche fuori casa: i partner che quattro anni fa pronosticavano l’apocalisse nera oggi fanno la fila per farsi fotografare con lei. Doti naturali, a cui si è aggiunta quella che Berlusconi chiamava grazia di stato: l’unzione del Signore, che premia i predestinati.

Ma invece di soffermarmi su ciò che è stato, alzando la coppa dei campioni, consiglio di badare al futuro. Sono certo che questa donna sia attrezzata per reggere da premier, tranquillamente, l’intera prossima legislatura. La vittoria, però, non verrà da sé. E il mio consiglio di vecchio che non lavora con gli algoritmi ma con le addizioni sul quaderno a quadretti è semplice: badi ai numeri. Non sottovaluti Vannacci, non lo consideri un fuoco di paglia: potrebbe essere il suo demone buono. Trovi il modo di accordarsi. Quel cinque, sette per cento, che crescerebbe se lo si lasciasse correre da solo, sarebbero voti sottratti al centrodestra, e basterebbero a far vincere la sinistra. Dopo, avremmo un bel dare la colpa a Vannacci che ha fatto il gioco degli avversari: le lacrime postume non si contano nelle urne, e i moralismi nemmeno. La politica non può fare a meno dell’aritmetica, e l’Italia non può permettersi il lusso di incoronare Meloni come la miglior perdente di tutti i tempi. Io adoro Biancaneve e detesto i sette nani: fa niente se qualcuno di costoro non vuole l’ottavo.

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