Sì, va bene, ora tocca risolvere il rebus Melonellum, con l’idea del ballottaggio che sta spaccando gli alleati e con un Vannacci da contenere. E poi i decreti su sicurezza, sanità, caccia, già finiti nel mirino del Quirinale, per non parlare di benzina, tariffe, Europa, Ucraina, senza trascurare la manovra di fine anno. Agenda fitta, problemi seri, scelte da prendere, mediazioni, polemiche, rischi. Non sarà un autunno facile, ma intanto champagne a Palazzo Chigi perché il governo di Giorgia Meloni diventa il più longevo dell’Italia repubblicana: 1.413 giorni consecutivi senza nemmeno un passaggio sul Colle o una crisetta pilotata.
Superato Berlusconi, distanziati anche quelli del passato, da Fanfani a Moro, da Andreotti a De Gasperi, le icone democristiane di permanenza al potere, i «cavalli di razza». Dimenticati Giolitti, Depretis e quel Giovanni Lanza che dal 1869 restò in carica 1.304 giorni.
Un record che non vale solo per la statistica e che, comunque la si pensi, riflette una nuova immagine di stabilità del Paese. A certificarlo in qualche modo è pure il New York Times. La presidente del Consiglio, scrive il quotidiano americano che l’ha intervistata una settimana fa, nonostante il «passato postfascista» e certe posizioni sovraniste da «destra radicale», al dunque non ha trascinato Roma fuori dalla Ue, ma ha cercato di cambiare l’Unione dall’interno, imponendo alcuni temi di discussione, a cominciare dall’immigrazione. Pragmatica, centrale, significativa, questi gli aggettivi usati dal Nyt per una leader che «vuole dare peso» all’Italia.
E quindi, nonostante il settembre rovente che si preannuncia, a Palazzo Chigi si festeggia un primato «non numerico bensì politico». Alla vigilia delle celebrazioni, i quattro anni sono stati condensati in 28 pagine di bilancio: dai numeri positivi dell’economia alla riduzione dello spread, dagli interventi per le famiglie al sostegno alla sanità, passando per sicurezza, migranti, energia, donne, lavoro. Tutto merito della stabilità, sostengono.
Dietro quel numero, 1.413, c’è pure un profondo valore simbolico, tanto più in un Paese che da Romolo a oggi non ha mai avuto governi lunghi. Gli imperatori passavano, l’impero ha retto mille anni. Quanto al Vaticano, come si dice a Roma, morto un Papa se ne fa un altro. Per trovare un uomo solo al comando per tanto tempo bisogna risalire ad Alberico Cybo di Malaspina e alla sua imponente barba a pizzo, principe di Massa e Carrara, 69 anni di regno a cavallo tra il XVI e il XVII secolo. Al secondo posto in classifica Ferdinando I delle Due Sicilie, a cui piacevano più le cacce e le donzelle che amministrare. Al terzo Matilde di Canossa. Poi nella Penisola tante apparizioni fugaci.
Porte girevoli anche nella storia più recente: dalla nascita del Regno, 1861, l’Italia ha avuto 133 esecutivi. Il più duraturo, vent’anni, è quello di Benito Mussolini, ovviamente fuori graduatoria. I primi ministri andavano e venivano, talvolta tornavano. Persino i fondatori reggevano poco. Camillo Benso di Cavour, dopo tre mandati nel Regno di Sardegna, fu il primo capo di governo dell’Italia unita: resistette tre mesi. Così un altro padre della Patria, Ferruccio Parri, sei mesi nel 1945. Agostino Depretis invece sulla tolda di comando ci restò complessivamente 105 mesi, dal 1876 al 1887, però con nove gabinetti. Ancora di più Giovanni Giolitti, 128 mesi con cinque governi dal 1892 al 1921.
Dal Dopoguerra, in 18 legislature, comprese Luogotenenza e Costituente, si sono susseguiti 69 esecutivi con una durata media di un anno. Alcide De Gasperi era l’immagine del Paese che si rialzava, è stato premier per 92 mesi, eppure la sua ultima compagine durò 32 giorni. E che dire di Amintore Fanfani? Uomo-governo, sei volte a Palazzo Chigi nell’arco di 33 anni: la prima, alla guida di un monocolore Dc, finì dopo 22 giorni. E Giulio Andreotti, il potere logora chi non ce l’ha, sette esecutivi per 90 mesi. Romano Prodi resse 53 mesi con due governi, Bettino Craxi 44, Matteo Renzi tre anni. Ma, nella fase repubblicana, il più duraturo è stato Silvio Berlusconi, 109 mesi con quattro governi. Adesso è l’ora di Giorgia.
