Il primato del governo di Giorgia Meloni, che batte per durata e stabilità tutti i governi della Repubblica, da quelli di Alcide De Gasperi (che come trentino era stato deputato a Vienna) a quelli di Silvio Berlusconi, ha una storia lunga ed è in parte l’autobiografia di un Paese che si è mosso dalle miserie della guerra, governato da un meccanismo ad orologeria che era la Democrazia Cristiana. Senza che quel partito cominciasse a sciogliersi con i ghiacci della Guerra fredda dopo la caduta del Muro di Berlino e poi dell’Unione Sovietica, la progressiva liberazione del voto degli italiani, il corso che ha portato la presidente Meloni a Palazzo Chigi e a restarci più di tutti, non sarebbe stato possibile. Il partito, e anzi i partiti come quello repubblicano di La Malfa e Spadolini, il socialista combattivo Bettino Craxi, ha tenuto la barra con i suoi grandi personaggi, da Giulio Andreotti ad Aldo Moro (detti i cavalli di razza della Dc) fino al fulminante Amintore Fanfani, integralista cattolico con una mania per le riforme di ogni tipo. Troppi da ricordare, troppi quelli già dimenticati, come il riciclante dinosauro Mariano Rumor, che entrava e usciva da Palazzo Chigi, come dalle porte girevoli di grand hotel. Era un grande, confuso traffico, perché il nostro Paese, che per decenni aveva fatto da frontiera militare e politica nello scontro che ancora oggi si infiamma fra Occidente e Oriente (perché in questo momento, mentre voi leggete, a Londra si fanno scorte d’acqua e si preparano i rifugi in vista della guerra con la Russia), si faceva spudoratamente i fatti suoi, trafficando sia con i regimi comunisti che con i tagliagole terroristi arabi: ricordo benissimo il giorno in cui il giudice Carlo Mastelloni sigillò il Parlamento per arrestare a norma di legge il capo dell’Olp Yasser Arafat.
Stavano cambiando i tempi alla svelta: chi ha meno di 60 anni non può ricordarlo, ma prima che esistesse la televisione, la fonte ufficiale era il Giornale Radio unico. La gente si preparava per andare a scuola o al lavoro e sentiva alle otto precise che «il presidente del Consiglio Francesco Cossiga era salito al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni». Poi Cossiga fu eletto presidente della Repubblica (io diventai suo amico, difendendolo un po’ oltre il normale perché il suo finto imbizzarrimento segnò la fine del passato della Guerra fredda e l’inizio della nuova politica).
L’era in cui Cossiga e Berlusconi sdoganarono l’ex partito neofascista, i cui militanti, come la ragazza Giorgia, lavoravano nel sociale per scollarsi dalle spalle l’eterno peso di essere chiamati fascisti, un po’ come il segretario del Pds (l’ex Pci) aveva abolito la falce e il martello di memoria sovietica sostituendoli con una quercia da pic-nic. Stava finendo l’Italia del solo partito che godesse della fiducia degli americani, la Dc. Gli stranieri, che facevano della politica italiana una macchietta perché non capivano, no, trovavano l’Italia più audace e con una certa libido per la leadership. Intanto la «ragazza Giorgia» saliva i gradini della visibilità internazionale. Del resto è politica sotto i nostri occhi. E vanno in pensione dalla memoria uomini come Amato, Monti, Prodi. Pochi si ricordano di Ciampi che evitò il secondo mandato con una lettera pubblica che tutti i presidenti dovrebbero copiare e firmare.
La Dc stessa è morta e non resuscitabile, perché nessuno saprebbe che farsene di un partito contenitore. Oggi l’Italia è di destra, ma potrebbe cambiare idea perché oggi ciò che conta non è l’organizzazione territoriale ma il mondo delle idee propulsive, dell’uso dell’Ia, del consenso, dalla libertà civile di fronte alla libertà religiosa, con questa voglia di fare ordine contro l’islamizzazione con sharia incorporata.
