In un’assolata domenica di fine settembre a pochi passi dal laghetto dell’Eur, Giorgia Meloni gioca in casa. E chiudendo Fenix 2026 - la festa di Gioventù nazionale, movimento giovanile di Fdi - sceglie di puntare dritta su Roberto Vannacci. Non fa mai il suo nome, ma l’affondo che conta è tutto dedicato a lui. Ancor più duro se letto all’indomani dell’allarme lanciato dal presidente francese Emmanuel Macron sugli scenari di guerra ibrida orchestrati dalla Russia. In Francia le presidenziali sono in agenda a metà aprile e l’appello dell’inquilino dell’Eliseo sul rischio di «condizionamenti esterni» è stato raccolto anche dal Rassemblement national di Marine Le Pen, partito con simpatie filo russe ma che ha però preso le distanze e condannato qualunque condizionamento del Cremlino.
Meloni non nomina né la Russia, né il generale. Ma è evidente che di questo parla quando - «con cognizione di causa» - invita tutti a fare attenzione alle fake news. «Lo dico - spiega la premier - alla vigilia di una campagna elettorale nella quale vedremo all’opera gli strumenti di tutti coloro che nel mondo non amano una democrazia solida, un’Italia forte, un leader libero. Se posso darvi un consiglio, non date per buono nulla di quello che vedrete nei prossimi mesi e, particolarmente, negli ultimi giorni prima del voto delle prossime elezioni politiche». Un allarme che è evidentemente riferito a Vannacci e alle campagne social a suo sostegno, quasi tutte prodotte con l’intelligenza artificiale e in cui l’ex generale e lo Zar si dilettano tra uno shottino di vodka a cavallo, un tiro al bersaglio a colpi di pistola o un muscoloso braccio di ferro in cui ovviamente nessuno vince e i due si guardano con occhi languidi. «É l’opera - spiega Meloni - di tutti coloro che in giro per il mondo non amano una democrazia solida». Insomma, distrazione di massa. Con un dettaglio. A differenza di Le Pen, sul punto Vannacci non dice una parola.
Ma la corsa su Futuro nazionale è anche nel merito delle proposte. E l’annuncio del provvedimento da varare nel prossimo Consiglio dei ministri sembra pensato anche per arginare la campagna di Futuro nazionale su una remigrazione che, al di là di come la si pensi nel merito, è evidentemente propaganda nei fatti (ipotizzare di allontanare dall’Italia quasi cinque milioni di persone non è credibile). Di qui la contromossa. «Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano i bambini italiani perché sono diventati la minoranza. Chiamare questo integrazione è una menzogna», dice Meloni. Che promette un tetto agli studenti stranieri per classe, l’obbligo di imparare l’italiano per i genitori dei ragazzi con problemi gravi di inserimento, il divieto di burqa e niqab in classe. «A scuola si va a viso scoperto e in Italia nessuno, in nome di una vera o presunta tradizione, può decidere che una giovane donna debba nascondersi. La parità uomo-donna non è negoziabile», affonda la premier. E da Orvieto Vannacci si dice «assolutamente d’accordo», anche se «questi provvedimenti dovevano arrivare anni fa».
Meloni, ovviamente, non dimentica che per vincere le elezioni politiche - probabilmente prima della prossima estate, al più tardi a scadenza della legislatura a settembre 2027 (chiunque ipotizzi una data certa semplicemente la sta inventando) - c’è da battere anche il centrosinistra. Davanti ai giovani di Fdi parla una quarantina di minuti, molto meno del solito comizio e focalizzandosi su temi sensibili alla platea come scuola, università, meritocrazia e social. E attacca la segretaria del Pd Elly Schlein («è possibile che tu non riesca a trovare un solo argomento vero per contestarci?») e il leader M5s Giuseppe Conte. A sinistra, chiude il comizio la premier, «vogliono pagare il bollo perché l’abbiamo tolto noi», quindi «faremo un conto corrente dedicato per i nostalgici del bollo». La campagna elettorale non solo è iniziata, ma è ormai nel vivo.
