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Governo

Stop alle classi ghetto. Quelle periferie con stranieri oltre l’80%

Già oggi c’è il limite del 30% ma è solo un’indicazione. Valditara: “Sinistra nostalgica dell’Alabama anni ’50″. La preside: “Così si integra”

Giuseppe Valditara (Minister of Education and Merit) during the traditional Lega party rally in Pontida (Bergamo), 20 september 2026. ANSA/MICHELE MARAVIGLIA

Riportare l’integrazione sui binari del merito, della legalità e del rispetto delle regole comuni, superando una stagione di permissivismo che negli anni ha finito per trasformare intere sezioni in vere e proprie «classi ghetto». È la linea di fondo del provvedimento del presidente del consiglio Giorgia Meloni e dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara (foto).

L’iniziativa prende le mosse da una realtà demografica e sociale ormai evidente. I dati più recenti del ministero dell’Istruzione dicono che in Italia gli studenti con cittadinanza non italiana superano quota 930.000, attestandosi attorno al 12% della popolazione scolastica complessiva. Una presenza geograficamente molto sbilanciata, con oltre il 65% degli alunni concentrato al Nord: la Lombardia guida la classifica con oltre 220.000 presenze, l’Emilia-Romagna vanta la quota percentuale più alta sfiorando il 18% del totale, seguita da Veneto e Piemonte sopra il 13%, mentre le regioni del Centro oscillano tra l’11% e il 12%. Nel Mezzogiorno i numeri restano invece marginali, scendendo spesso sotto la soglia del 5% in realtà come Campania, Basilicata o Sardegna.

A dispetto del fatto che più del 66% di questi ragazzi sia nato sul suolo italiano, la scarsa o mancata conoscenza della lingua italiana in famiglia costituisce ancora il principale ostacolo all’inclusione e all’apprendimento. Proprio per questo il governo intende trasformare in norma cogente quella che finora è stata una semplice indicazione ministeriale. La circolare n. 2 del 2010 prevedeva già un tetto teorico del 30% di alunni stranieri privi di un’adeguata padronanza della lingua, ma l’assenza di obbligatorietà ha generato deroghe a catena. Come ricorda lo stesso ministro Valditara, lasciare che si formino aule con percentuali molto elevate di studenti non italofoni rallenta la didattica. Nelle periferie delle grandi metropoli, si contano ormai numerose sezioni dove la percentuale di alunni d’origine straniera supera l’80%, lasciando la presenza degli studenti italiani in netta minoranza.

Un endorsement significativo alla logica di fondo della riforma arriva da chi lavora in prima linea nei quartieri ad alta densità migratoria. È il caso della professoressa Cristina Costarelli, dirigente scolastica dell’istituto «Galilei» all’Esquilino a Roma e presidente dell’ANP Lazio, secondo cui «l’individuazione della soglia del 30% va letta nell’ordine di una migliore integrazione degli alunni stranieri che possono essere meglio seguiti didatticamente», ricordando che «senza la lingua l’integrazione è impossibile». La preside si dichiara favorevole a un approccio che «non è un limite che esclude ma che include», osservando che il 30% è una percentuale molto alta e confidando in disposizioni attuative flessibili per i casi critici, come le scuole uniche sul territorio che non devono tradursi nello sradicamento dei ragazzi.

L’intervento normativo va oltre la dimensione numerica per toccare quella emancipativa con il divieto dei copricapo religiosi. La scelta di vietare l’hijab punta a riaffermare la laicità dello spazio educativo pubblico. Rispondendo alle critiche sollevate dalle opposizioni (Pd e Avs), Valditara ha replicato: «L’opposizione ha nostalgia dell’Alabama anni ’50 e delle classi ghetto», il ministro ha poi bollato chi difende burqa e niqab come «progressisti a corrente alternata» che accettano una «concezione patriarcale».

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