Da oggi si cambia: addio al vecchio Tfr in azienda e avanti tutta con i fondi pensione e la previdenza complementare. Per essere precisi, i neoassunti nel settore privato a partire dal 1 luglio 2026 saranno iscritti automaticamente al fondo pensione di categoria, salvo rinuncia esplicita entro 60 giorni. È una rivoluzione culturale perché i fondi pensione conquistano la pole position e il tesoretto in azienda diventa residuale, o almeno questo è l'intendimento del governo che ha deciso la svolta con la manovra di bilancio di quest'anno. «Dobbiamo prendere atto del fatto che con la riforma Dini del '96 la pensione non viene più calcolata con il metodo retributivo ma contributivo - spiega il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon (foto) - e dunque l'unico modo per assicurare un futuro dignitoso ai nostri lavoratori è quello di rafforzare il secondo pilastro della previdenza, quello, appunto, dei fondi pensione». Oggi siamo al 39.9%, ma l'obiettivo è salire e salire ancora, portando l'asticella molto più su. Si prevedono, almeno centomila ingressi l'anno in più ma i numeri sono una scommessa. «Più sono meglio è - sintetizza Durigon - perché così il sistema avrà più capienza e tenuta e offrirà soluzioni e risposte adeguate».
Insomma, da oggi il Tfr confluirà nel fondo pensione di categoria insieme ai contributi di lavoratore e datore di lavoro. Chi non se la sente, dovrà fare opposizione, dunque manifestare in modo esplicito il proprio no e per farlo avrà solo sessanta giorni. Una finestra stretta che dovrebbe facilitare la svolta. Restano fuori il mondo del pubblico impiego e quello del lavoro domestico, ma il passo non è da poco. Nel caso ci siano più fondi, l'aggancio sarà con quello che ha il maggior numero di iscritti. Se invece, non dovesse esserci una sponda cui approdare - e in qualche raro caso questa è la situazione - si verrà dirottati sul fondo Cometa.
Dunque, ciascuno potrà fare le proprie valutazioni, ma il cambiamento di mentalità e prospettiva si impone. «Sappiamo benissimo - aggiunge Durigon - che dal 2035 il valore delle pensioni comincerà a scendere e dunque dobbiamo attrezzarci per affrontare i tempi che arriveranno».
C'è di mezzo, naturalmente, anche l'invecchiamento della popolazione e l'inverno demografico con il calo costante delle nascite, ma in ogni caso quei meccanismi, pensati in un'altra epoca, non possono più fronteggiare la situazione. «Noi cogliamo un trend - aggiunge Durigon - e vogliamo trasformarlo in un'opportunità per le nuove generazioni. Per questo chi sceglie questa via, troverà incentivi e una tassazione ridotta sul Tfr, insomma condizioni più favorevoli che vogliamo potenziare ancora per favorire il cambiamento».
Finora la partecipazione ai fondi complementari scattava solo dopo sei mesi: il silenzio lungo 180 giorni comportava l'attrazione del Tfr verso un fondo di categoria. Oggi, come accennato, i tempi si accorciano e la logica viene in qualche modo capovolta: il tentativo è quello di trasformare il fondo complementare nel punto di riferimento del neoassunto e dunque nello strumento ordinario con cui costruire la propria rendita e garantirsi una copertura economica importante per la terza età.
Si vedrà nel tempo come la sterzata sarà accolta da chi oggi entra in ufficio o in fabbrica. E si valuteranno anche le criticità.
Intanto, il secondo step scatterà il 31 ottobre quando entrerà in vigore la portabilità del contributo del datore di lavoro per chi decide di uscire dal fondo di categoria per entrare nei fondi aperti, quelli gestiti da banche e assicurazioni. «Si sta ragionando sul fatto di spostare questa data al 1 gennaio 2027- chiarisce Durigon - per dare a tutti la possibilità di prepararsi alla novità».
I fondi di categoria temono l'assalto di quelli aperti, ma il
sottosegretario la pensa in un altro modo: «Io credo che tutti i fondi possano giocare al meglio la partita, calamitando migliaia e migliaia di persone. Ci sarà spazio per gli uni e per gli altri, nell'interesse dei lavoratori».